Il
vino
LA STORIA
La diffusione della Vitis vinifera può essere collocata attorno
al 5000-6000 a.C. e probabilmente il primo vino fu prodotto in Mesopotamia.
La vite si propagò in Grecia tra il 2000 e il 1500 a.C. e successivamente
tra i popoli etruschi e latini. Il processo di lavorazione era molto
semplice: l’uva veniva pigiata con i piedi, strizzata in sacchi
di tela e il mosto veniva colato in contenitori di terracotta nei quali
fermentava. I vasi venivano sigillati e conservati fino al momento del
consumo. Presso i Greci e i Romani venivano utilizzate resine di alberi
per insaporire il vino e per conservarlo meglio. Ancora oggi viene prodotto
in Grecia un vino resinato (retsina). Anche il sale ed altre spezie
venivano utilizzati per aumentare la conservazione del vino. All’epoca,
il vino veniva quasi sempre annacquato prima di essere bevuto. La prima
grande evoluzione nella produzione del vino si deve alle botti di legno,
invenzione dei popoli nordeuropei, che gradatamente sostituirono le
anfore di terracotta. (siamo all’inizio dell’era cristiana).
La qualità del vino migliora decisamente, soprattutto per la
produzione di vini più pregiati, le botti permetteranno una esposizione
limitata all’aria e tutto il processo di invecchiamento né
risentirà positivamente.
Il vino rivestì grande importanza in seguito alla diffusione
del Cristianesimo perché era uno degli elementi fondamentali
dei riti di questa religione, ma dopo la decadenza dell’Impero
romano, la vit, in Italia, riprese a essere coltivata solo in epoca
feudale. In questo periodo invece la Francia diventò il maggior
produttore di vino. Un vero e proprio commercio di vino, con un livello
qualitativo ancora scarso, inizia solo nei primi anni del Seicento.
Le tecnologie moderne si basano sugli studi del chimico e biologo francese
Luigi Pasteur, che nell’Ottocento studiò le fermentazioni
operate dai lieviti. Furono così gettate le basi dell’enologia
moderna, che si deve avvalere sia di conoscenze chimico-microbiologiche,
sia di conoscenze applicative derivate dall’esperienza della coltivazione
della vite e della produzione.
La strada intrapresa nell’ultimo periodo verso la produzione di
qualità è solo agli inizi, ma è l’unica da
percorrere per ottenere buoni risultati riducendo parallelamente la
quantità. Anche il consumo pro capite è diminuito: attualmente
è al di sotto dei 60 l all’anno ed è evidente la
differenza con la situazione di una ventina di anni fa, quando in Italia
si bevevano circa 90 l di vino all’anno. A questo dato fa però
riscontro un aumento della richiesta sotto il profilo qualitativo e,
se è vero che sono ancora preferiti i vini rossi, molti consumatori
apprezzano sempre di più i vini bianchi frizzanti.
Il vino viene utilizzato anche per numerose preparazioni culinarie,
soprattutto in paesi come l’Italia, la Francia o altri con antiche
tradizioni enologiche. Può essere impiegato per preparare marinate
per carni di selvaggina e court-bouillon per la cottura di pesci, ma
anche come vero e proprio liquido di cottura per stufati o stracotti
di carne.
Un altro impiego prevede la sua addizione a diverse salse o nella preparazione
di risotti, nei quali viene aggiunto all’inizio in modo che i
suoi caratteri aromatici vengano assunti dal riso integrandosi perfettamente
con gli altri ingredienti, mentre l’alcol evapora.
Possono essere utilizzati vini bianchi, rosati o rossi, quasi sempre
secchi anche se, in alcuni casi, si prevede l’impiego di vini
speciali come il marsala, il porto e altri ancora.
Alcune preparazioni gastronomiche che vedono il vino protagonista sono
la salsa al madera e la provenzale, il brasato al barolo, le bistecche
allo Sherry, le animelle, il rognone e le scaloppine al marsala, lo
stufato al vino bianco, le puntine di maiale al vino rosso, le salsicce
al vino bianco.
COMPOSIZIONE DEL VINO
Il
vino è un prodotto assai complesso nella cui composizione rientrano
più di 600 sostanze che ne caratterizzano le diverse tipologie.
I fattori che influenzano la buona riuscita di un vino sono numerosissimi,
ma è sufficiente che uno di essi sia inferiore alle aspettative
per dare un prodotto finale di qualità inferiore a quella desiderata.
Alcuni componenti che concorrono alla determinazione delle caratteristiche
organolettiche del vino sono già presenti nelle uve, altri si
possono formare durante la fermentazione, la maturazione e l’invecchiamento
del vino.
Alcune sostanze sono presenti inizialmente nel mosto, ma tendono a diminuire
o a essere trasformate durante le fasi di produzione, come gli zuccheri
che vengono fermentati, gli amminoacidi e i sali di ammonio utilizzati
dai lieviti per riprodursi, le gomme e le mucillagini attaccate da diversi
sistemi enzimatici, l’acido malico in seguito alla fermentazione
malolattica e gli stessi lieviti e batteri che vanno incontro a inibizione
e morte.
Il colore di un vino è dovuto soprattutto alla presenza di fenoli,
rappresentati in maggior parte da antociani e da tannini nei vini rossi,
presenti in quantità comprese tra 200-500 mg/l nei vini giovani,
possono diminuire durante l’invecchiamento in seguito a fenomeni
di ossidazione, di polimerizzazione e quindi di precipitazione. La loro
quantità è legata soprattutto a fattori quali il vitigno,
lo stato di conservazione delle uve, il clima e le tecniche di vinificazione.
La tonalità del colore varia in funzione dell’acidità
e dello stato di ossidazione dell’ambiente: in un vino giovane,
in genere piuttosto acido, la tonalità è rosso vivace
con riflessi violacei dovuti alla presenza preponderante degli antociani,
mentre in un vino rosso invecchiato, meno acido anche per l’avvenuta
fermentazione malolattica, la tonalità si presenta con riflessi
granati e aranciati per una maggiore influenza dei tannini.
Il colore dei vini bianchi si credeva essere dovuto solamente ai flavoni,
ma sembra che rivestano notevole importanza anche i leucoantociani e
le catechine che possono, in seguito a fenomeni ossidativi, donare colori
e tonalità più cupi. Se il vino appare torbido e le particelle
in sospensione non si depositano, e se il colore non risulta adeguato
alla tipologia del vino considerato, il giudizio complessivo risulterà
negativo.
Il profumo del vino è determinato da più di 200 composti
odorosi che caratterizzano anche in modo rilevante un vino rispetto
a un altro.
Gli aromi primari sono tipici dei vitigni, soprattutto di quelli aromatici
come le malvasie, i moscati, il brachetto e il gewürztraminer:
i più importanti sono i terpeni come il linalolo, il geraniolo,
il nerolo e il terpineolo. Altre sostanze possono determinare sentori
di erbaceo, altre ancora i sentori foxy dei vini ottenuti da uve ibride
americane.
Gli aromi che si formano in seguito alla pigiatura per scissione idrolitica
enzimatica vengono definiti di prefermentazione, come si verifica piuttosto
frequentemente, per esempio, nelle uve pinot, riesling e chardonnay,
mentre altri aromi secondari si formano durante la fermentazione vera
e propria, e sono soprattutto alcoli ed esteri.
Gli aromi terziari si formano durante il periodo d’invecchiamento,
in seguito a reazioni di ossidoriduzione, polimerizzazione, idrolisi,
esterificazione, eterificazione e acetalizzazione. Le sostanze più
importanti sono gli esteri, in particolare quelli che si formano per
reazioni che coinvolgono sia l’alcol etilico sia gli alcoli superiori,
seguite dalle aldeidi, dai chetoni, dagli acetali, dagli eteri e dai
lattoni.
Il sapore del vino viene determinato da un preciso equilibrio tra sensazioni
di morbidezza e acidità oltre che, per i vini rossi, di astringenza.
Le sostanze dal sapore dolce donano anche morbidezza, e sono soprattutto
gli zuccheri, il glicerolo e altri alcoli: questi componenti sono in
grado di contrastare e attenuare la durezza di alcuni acidi e l’asprezza
di alcuni polifenoli.
Un vino viene definito secco, abboccato, amabile o dolce a seconda del
residuo zuccherino, dato soprattutto dal fruttosio.
L’alcol monovalente più importante è l’alcol
etilico e nei vini secchi contribuisce ad accrescere la sensazione di
morbidezza; un’altra importante funzione di questo componente
è quella di rappresentare una specie di supporto delle sostanze
aromatiche. L’alcol etilico è dotato di proprietà
igroscopiche, tende cioè ad assorbire acqua, fatto che determina
la sensazione di asciutto e di pseudocalore che si avverte in bocca
soprattutto quando il vino ha elevata gradazione alcolica, o quando
si bevono superalcolici.
Gli alcoli superiori influenzano molto il profumo del vino, rispetto
alla dolcezza e quindi al gusto.
La glicerina è un polialcol ed è uno dei componenti principali
dell’estratto: rappresenta il più importante responsabile
della morbidezza e in associazione con gli zuccheri, le pectine, le
gomme, le mucillagini e l’alcol stesso contribuisce a rendere
più o meno morbido il vino. Si forma durante la fermentazione
alcolica e può essere presente in quantità comprese mediamente
tra 5-12 g/l, a seconda della temperatura, del tempo di fermentazione
e dell’eventuale utilizzo di uve attaccate dalla Botrytis cinerea:
in quest’ultimo caso il vino che si ottiene può contenerne
fino a 15-18 g/l.
Le sostanze dal sapore acido conferiscono al vino freschezza, vivacità
e intensità di colore. Un’acidità inferiore a quella
ottimale rende il prodotto piatto, ma se risulta eccessiva, il vino
viene definito spigoloso e acerbo, tenendo sempre bene presente la tipologia
di vino presa in esame.
L’acido tartarico, l’acido malico e l’acido citrico,
sono già presenti anche nelle uve, mentre l’acido acetico
e il succinico derivano soprattutto dalla fermentazione. L’acidità
totale di un vino si può esprimere in grammi/litro (g/l) di acido
tartarico, presente in quantità mediamente variabili tra 5 e
8 g/l. L’acidità totale può anche essere espressa
in unità pH, variabili tra 3,1-3,2, per un vino giovane, e tra
3,4-3,5 per un vino più maturo. Fatte le debite eccezioni, nella
maggior parte dei casi un vino bianco è più acido di uno
rosso.
L’acido tartarico è sicuramente l’acido organico
tipico delle uve e dei vini, e costituisce la spalla dell’acidità.
Difficilmente viene attaccato dai batteri e, conclusa la fermentazione
alcolica, può precipitare sotto forma di bitartrato di potassio,
sale insolubile in etanolo soprattutto a bassa temperatura. La sua concentrazione,
mediamente compresa tra 4 e 5 g/l, può raggiungere valori anche
di 8-9 g/l.
L’acido malico è presente in quantità maggiore nelle
uve acerbe e in quelle raccolte nelle regioni fredde, ed è particolarmente
importante in quanto è il substrato della fermentazione malolattica.
Se però supera i valori ottimali compresi tra 0,5 e 5 g/l il
vino risulta acerbo e allappante, con notevoli caratteristiche di aggressività.
L’acido citrico, dal gusto acidulo e vagamente di limone, è
normalmente presente nel vino in quantità comprese tra 0,1 e
0,6 g/l (per legge non deve superare 1 g/l) ed essendo facilmente attaccato
dai batteri lattici, nel vino tende a essere trasformato. È un
correttore di acidità: un complessante di metalli come il ferro
utilizzato in vini destinati al consumo in un arco di tempo piuttosto
breve.
L’acido succinico si forma durante la fermentazione alcolica e
nei vini giovani determina un certo carattere di vinosità: un
gusto intermedio tra acido-salato-amaro. Può essere presente
in quantità comprese tra 0,5 e 1,5 g/l.
L’acido lattico si forma soprattutto nella fermentazione malolattica
anche se, in alcuni casi, può essere prodotto sempre da batteri
lattici che trasformano la glicerina, l’acido tartarico, l’acido
citrico o gli zuccheri residui: in queste situazioni ci si troverebbe
di fronte a vini affetti da malattie. In genere è presente nei
vini in quantità che possono variare tra 1 e 4 g/l.
L’acido acetico è sicuramente l’acido volatile più
caratteristico del vino; per legge non deve superare la quantità
di 1 g/l, per non compromettere le caratteristiche organolettiche. Durante
la fermentazione alcolica si forma in piccole proporzioni, ma può
anche essere un sottoprodotto di quella malolattica: concentrazioni
comprese tra 0,1-0,4 g/l sono ancora tollerabili, ma già superando
il valore di 0,7 g/l, il vino risulta eccessivamente aspro e quindi
sgradevole. Se nel vino tali valori fossero superati ci troveremmo di
fronte a prodotti colpiti da spunto o vera e propria acescenza.
Le sostanze dal sapore astringente sono i polifenoli, soprattutto i
tannini, che possono conferire anche sapore amaro. I tannini più
amari sono quelli che presentano molecole poco polimerizzate; quando
si legano fra loro, formando lunghe catene, questo sapore viene attenuato
e si accentua quello astringente. Se la polimerizzazione prosegue ulteriormente,
come in un lungo invecchiamento, e le molecole risultano formate da
più di 10 monomeri, la sensazione di astringenza risulta meno
pronunciata. La sensazione di astringenza è quella che percepiamo
quando mangiamo un frutto acerbo, poiché i tannini reagiscono
con la mucina, ne causano la precipitazione e determinano in bocca un
senso di arido e asciutto, oltre ad attrarre acqua dalla mucosa orale.
Si possono distinguere i tannini catechici (catechine, leucoantociani)
che provengono dal raspo e dalle vinacce, e i tannini gallici, che derivano
dal legno utilizzato nella fabbricazione delle botti (rovere, quercia
e castagno) e che sono quindi caratteristici dei vini rossi che hanno
subito un periodo piuttosto lungo di affinamento.
Le sostanze dal sapore amaro possono essere i tannini, in parte polimerizzati,
e in particolare i chinoni, che derivano da ossidazioni, oppure l’acroleina
che, se presente in quantità significative, indica una vera e
propria malattia del vino.
Le sostanze dal sapore sapido (1,5-3 g/l) sono soprattutto sali formati
dalle reazioni tra minerali e acidi, sia organici sia inorganici, che
spesso non vengono distintamente percepite perché mascherate
dagli acidi presenti. Se però non fossero presenti, il vino risulterebbe
scipito: senza doti di freschezza e sapidità.
L’anidride carbonica è presente in quantità molto
variabili, a seconda che si parli di un vino fermo, frizzante o di uno
spumante. Questo gas è uno dei principali prodotti della fermentazione
alcolica, ma tende facilmente a volatilizzare. Negli spumanti determina
il tipico perlage mentre negli altri vini attenua in genere il sapore
dolce, rende più vivace il colore, esalta gli aromi e la sensazione
di acidità: per questi motivi è particolarmente gradita
in alcuni vini bianchi, mentre in alcuni rossi tende ad accentuare il
sapore astringente.
LA VITE - L'UVA
La vite è una pianta legnosa, prostrata o rampicante, che predilige
i climi miti e temperati e che viene fortemente danneggiata dalle gelate
invernali e soprattutto primaverili. È dotata di radici non molto
profonde, a espansione soprattutto laterale.
La vite più coltivata appartiene alla Vitis vinifera varietà
sativa, che viene però innestata su piedi di origine americana
o ibridi euroamericani, resistenti agli effetti devastanti della fillossera,
un parassita che ancora nella seconda metà dell’Ottocento
ha distrutto più dell’80% delle viti in Europa.
La coltivazione della vite e la produzione di uve di qualità
viene influenzata da diversi fattori, relativi sia alle caratteristiche
proprie della pianta (vitigno o cultivar, portainnesto o piede), sia
alle condizioni pedoclimatiche, sia alle tecniche colturali applicate.
La produzione di vini DOC e DOCG è concentrata in zone collinari
(circa 60%), il 30-35% in quelle di pianura e il 5-10% in quelle di
montagna.
Il grappolo d’uva
Il grappolo è l’infiorescenza della vite; può essere
piuttosto grosso, come quello delle uve da tavola Regina e Italia, o
più piccolo, come quello delle uve Pinot. È formato dal
rachide o raspo per circa il 5% del peso e dagli acini per il restante
95%, formati a loro volta dalla buccia (esocarpo), dalla polpa (mesocarpo)
e dai vinaccioli (endocarpo).
Il rachide o raspo è l’asse centrale del
grappolo e contiene acqua, pectine, cellulosa, resine e polifenoli.
I tannini possono conferire astringenza; per ridurre questa eventualità
sempre più spesso la diraspatura viene eseguita prima della pigiatura,
sia nella vinificazione in bianco sia in quella in rosso.
L’acino presenta esternamente la buccia, che
può essere più o meno spessa e consistente; è ricoperta
di una sostanza cerosa e biancastra chiamata pruina, sulla quale possono
essere presenti dei lieviti responsabili dell’inizio della fermentazione.
La buccia può raggiungere il 10% del peso dell’acino
ed è ricca di pectine, cellulosa, polifenoli e sostanze aromatiche
chiamate terpeni. Tra i polifenoli, rivestono particolare importanza
quelli responsabili del colore: le catechine, i leucoantociani e i flavoni,
per quello delle uve bianche, gli antociani per quello delle uve rosse.
Il colore del vino, in particolare di quello rosso, è quindi
influenzato dal tempo di contatto mosto-bucce.
La polpa può essere più o meno carnosa,
succosa o croccante e può rappresentare fino al 75-85% del peso
dell’acino. È ricca di acqua, contiene rilevanti quantità
di zuccheri (150-250 g/l) e acidi, oltre che di pectine, minerali, vitamine
e sostanze azotate.
All’interno della polpa la distribuzione delle sostanze è
disomogenea: i tannini sono più abbondanti vicino alla buccia,
gli zuccheri sono concentrati nella parte centrale e gli acidi sono
distribuiti soprattutto attorno ai vinaccioli.
Se la pigiatura sarà soffice il mosto sarà delicato e
dolce, se sarà più energica il mosto risulterà
meno dolce, ma più acido e tannico.
I vinaccioli sono i semi contenuti all’interno
dell’acino e ne rappresentano mediamente il 2-5% del peso; sono
ricchi di sostanze tanniche e grassi, dai quali si può ricavare
un olio (olio di vinaccioli).
LA VENDEMMIA
La
produzione di un vino di qualità non può prescindere da
alcune fasi iniziali, che influenzano in modo determinante il risultato
finale.
Fondamentale risulta il periodo scelto per la vendemmia
e le modalità secondo le quali quest’ultima viene realizzata.
Infatti, se si desidera un prodotto ricco di acidi ma non eccessivamente
di zuccheri, quale potrebbe essere quello destinato alla produzione
di vini bianchi o di basi per spumanti, si tende in genere ad anticipare
la vendemmia di qualche giorno, mentre se l’obiettivo è
quello di produrre vini rossi di un certo corpo e grado alcolico, o
addirittura vini passiti, si tende a ritardare la raccolta.
La vendemmia deve essere realizzata in modo da non raccogliere uve bagnate,
che saranno probabilmente ricche di muffe, con attrezzature che permettano
che le stesse uve non vengano schiacciate per evitare la fuoriuscita
di liquido zuccherino, con conseguenti sviluppi batterici e inizio di
fermentazioni che porterebbero a prodotti non desiderati. Per evitare
questi sviluppi microbici si può ricorrere a un primo intervento
con prodotti a base di anidride solforosa.
Il trasporto deve rispettare l’integrità
dei grappoli, per i motivi visti in precedenza, ed è per questo
che le uve non devono mai essere ammassate.
Quando le uve sono giunte in cantina si eseguono alcuni controlli sul
loro stato di sanità e sulle loro principali caratteristiche
chimico-analitiche. Inizia poi la produzione del vino.
Le fasi iniziali prevedono la pigiatura o, in alcuni
casi, la torchiatura e la diraspatura,
realizzate con moderni macchinari che possono effettuare le due operazioni
contemporaneamente (pigiadiraspatura). La diraspatura permette la separazione
dei raspi e quindi della parte legnosa del grappolo, mentre per mezzo
della pigiatura si ottiene il mosto.
IL MOSTO
Il
mosto è il prodotto della pigiatura o della torchiatura delle
uve con una resa che può variare tra 65-75%. Può essere
definito una soluzione acido-zuccherina, in quanto l’acqua rappresenta
circa il 70-80%, gli zuccheri il 15-25% e gli acidi lo 0,5-1,5%. Altri
componenti presenti sono minerali e vitamine, polifenoli e sostanze
odorose, sostanze pectiche e azotate, enzimi e microrganismi.
Gli zuccheri sono i componenti più importanti del mosto. La loro
concentrazione dipende dal clima, dal grado di maturazione delle uve,
dal terreno, dal vitigno e dal sistema di coltivazione della vite. I
due zuccheri principali sono il glucosio e il fruttosio: nelle uve parzialmente
immature è presente in quantità maggiore il glucosio,
chiamato per questo motivo zucchero d’uva, mentre in quelle completamente
mature o sottoposte a sovramaturazione prevale il fruttosio, in quanto
nelle cellule della polpa il glucosio viene trasformato più velocemente
del fruttosio.
Conoscendo la percentuale zuccherina del mosto è possibile calcolare
il titolo alcolometrico finale del vino in quanto è sufficiente
moltiplicare il valore percentuale dello zucchero per il fattore di
conversione 0,6: da 1 g di zucchero si ottengono infatti circa 0,6 ml
di etanolo.
Nel mosto sono anche presenti piccole quantità di zuccheri come
lo xilosio e l’arabinosio, che però non subiscono alcuna
fermentazione da parte dei batteri.
Nelle zone a clima freddo i mosti sono in genere meno ricchi di zuccheri
ma più di acidi rispetto a quelli ottenuti in zone a clima caldo:
gli zuccheri vengono infatti prodotti attraverso la fotosintesi clorofilliana,
una complessa serie di reazioni biochimiche che trasforma le sostanze
inorganiche in sostanze organiche.
L’energia solare è assolutamente indispensabile per favorire
questa serie di reazioni: quanto maggiore sarà il periodo di
insolazione, tanto più elevata sarà la quantità
di zuccheri presenti nelle uve.
Un giusto equilibrio zuccheri-acidi è indispensabile per ottenere
vini di pregio, tenendo sempre ben presenti le diverse tipologie dei
prodotti considerati.
Gli acidi organici più importanti sono l’acido
tartarico, l’acido malico e l’acido citrico.
L’acido tartarico è il più abbondante
e caratteristico delle uve e ha un gusto un po’ duro.
L’acido malico è presente in maggiori
quantità nelle uve coltivate in zone caratterizzate da climi
freddi, ha un gusto piuttosto aspro e riveste particolare importanza
nella vinificazione in rosso, essendo il substrato della fermentazione
malolattica.
L’acido citrico è presente in quantità
piuttosto ridotta, dona caratteristiche di freschezza ed è in
grado di complessare alcuni composti del ferro, riducendo la possibilità
che si verifichino alcune alterazioni a carico del colore e della limpidezza
del vino.
L’acido ossalico e il glicolico, presenti in
percentuali molto basse, contribuiscono insieme ai precedenti a determinare
l’acidità fissa, al contrario dell’acido acetico
che è il maggiore responsabile dell’acidità volatile.
È importante che nel mosto siano presenti soprattutto gli acidi
fissi in quanto quelli volatili potrebbero dare odori sgradevoli, proprio
in funzione della loro tendenza a volatilizzare. La somma dell’acidità
fissa e di quella volatile rappresenta l’acidità totale,
e se questa risulta troppo bassa o troppo elevata, caso quest’ultimo
molto più improbabile, bisogna intervenire con opportune correzioni.
I polifenoli sono composti molto importanti nella determinazione
del colore e del sapore del vino e possono essere presenti nelle uve
in quantità molto diverse in funzione della composizione del
terreno della zona di produzione, del clima, del tipo di vinificazione
realizzato e dell’eventuale invecchiamento in botte. Si possono
suddividere in:
– antociani, responsabili del tipico colore rosso-violaceo
dei vini rossi giovani;
– flavoni, importanti per il colore dei vini
bianchi sebbene siano presenti anche nelle uve rosse;
– leucoantociani e catechine, presenti soprattutto
nel raspo, nelle bucce e nei vinaccioli, nel loro insieme formano i
tannini, che concorrono alla determinazione del colore dei vini bianchi,
di quello dei vini rossi invecchiati e al gusto astringente di quelli
rossi: queste diverse situazioni dipendono dal loro grado di polimerizzazione.
I polifenoli proteggono alcuni componenti dei mosti,
e quindi anche dei vini, dalle ossidazioni, per questo i vini bianchi,
nei quali sono poco presenti, risultano più soggetti ai fenomeni
di imbrunimento di quelli rossi. D’altra parte, però, i
tannini possono reagire con il ferro o con le proteine, causando fenomeni
di intorbidimento del vino.
I minerali sono coinvolti nella determinazione della
limpidezza e della sapidità del vino._Nel mosto troviamo soprattutto
il potassio, il calcio, il magnesio e il ferro, oltre al rame, allo
zinco e al piombo, anche se quest’ultimo è presente come
residuo inquinante.
Anche diversi anioni come i fosfati e i cloruri possono essere presenti
in quantità diverse, sia in funzione delle caratteristiche della
zona sia del tipo di concimazione realizzata.
I minerali costituiscono le ceneri, valore che viene valutato sia nel
mosto sia nel vino. Il ferro può essere presente naturalmente
nelle uve, o derivare da residui di terra sugli acini o dai macchinari
nel caso non siano in acciaio inossidabile, cosa ormai del tutto improbabile.
Il calcio deriva prevalentemente dal terreno e il rame dai trattamenti
contro i parassiti: in particolari situazioni entrambi possono determinare
intorbidamenti nel prodotto finale.
Le vitamine più importanti sono i carotenoidi
(vitamina A), presenti soprattutto nella buccia e nei vinaccioli, la
B1, che risulta importante come fattore di crescita dei lieviti, la
B2, la B6 e, in tracce, la B12, l’acido folico, l’acido
pantotenico, la PP e la C, che tende a ridursi notevolmente durante
e l’invecchiamento. La vitamina B1 e in parte la B2 vengono parzialmente
distrutte dai trattamenti con composti dello zolfo.
Le sostanze azotate sono presenti in forma sia inorganica
(0,3-0,4 g/l) sia organica (0,2-0,6 g/l). Le prime sono rappresentate
soprattutto dai sali di ammonio, essenziali per la crescita dei lieviti,
e infatti, nel caso si volesse inibire la fermentazione alcolica come
nella produzione dell’Asti spumante, potrebbe essere sufficiente
eliminare questi componenti insieme ai lieviti.
Le sostanze azotate in forma organica, la cui quantità dipende
dal tipo di cultivar utilizzato, dal clima, dalle tecniche di concimazione
e di vinificazione, contribuiscono a donare un certo valore alimentare
al vino, ma possono anche determinare torbidità indesiderate.
Gli enzimi più frequenti nel mosto sono le polifenolossidasi
e le laccasi, spesso prodotte da muffe, che possono determinare ossidazioni
a carico di molti componenti risultando molto dannose. Altri enzimi
presenti sono le proteasi, che attaccano le proteine liberando peptidi
e amminoacidi.
Le sostanze pectiche (0,2-0,3 g/l) principali sono
le pectine, le gomme e i pentosani, che determinano la struttura e la
consistenza della polpa e della buccia. Possono anch’esse determinare
torbidità e l’azione di enzimi come le pectinmetilesterasi
possono illimpidire il mosto liberando, al contempo, metanolo, che nel
prodotto finale deve essere presente in quantità molto limitate
per non causare problemi alla vista o, nei casi estremi, addirittura
la morte.
Le sostanze odorose, costituite per lo più da
terpeni come il geraniolo, il nerolo e il linalolo, e concentrate nelle
bucce, sono abbondanti nei vitigni aromatici, un po’ meno in quelli
definiti semiaromatici, mentre i vitigni neutri ne contengono percentuali
piuttosto basse.
I microrganismi del mosto sono rappresentati da lieviti,
batteri e muffe.
I lieviti sono microrganismi unicellulari che possono
essere sommariamente classificati in apiculati ed ellittici. I lieviti
apiculati hanno una caratteristica forma di piccolo limone (Candida
e Kloeckera) e a volte sono presenti nelle bucce e nei raspi delle uve.
Sono responsabili dell’inizio del processo fermentativo ma non
tollerano gli effetti sia dell’anidride solforosa sia dell’alcol
etilico da essi stessi prodotto, quando queste sostanze superano determinate
concentrazioni.
I lieviti ellittici hanno una forma simile a quella di un’ellisse,
realizzano la fermentazione alcolica vera e propria e sostituiscono
i precedenti in un secondo tempo essendo addizionati anche sotto forma
di colture pure. I più utilizzati appartengono alla famiglia
dei Saccharomyces (cerevisiae varietà ellipsoideus, oviformis,
bayanus e altri ancora): resistono bene agli effetti sia dell’alcol
etilico sia dell’anidride solforosa, danno una buona resa alcolica
e producono solo piccole quantità di acido acetico.
In situazioni particolari, come nel caso di uve colpite da parassiti,
nella produzione di spumanti o in alcune rifermentazioni si ricorre
all’utilizzo di lieviti selezionati per realizzare fermentazioni
pure, che garantiscono una maggiore resa alcolica, una minore produzione
di acidi volatili: vengono definite assolute se una precedente pastorizzazione
ha eliminato i microrganismi presenti, o relative se si mantengono anche
quelli originari.
Per ottenere buoni risultati si prende un po’ di mosto eventualmente
pastorizzato e si aggiungono i lieviti selezionati, preparando in questo
modo il lievito d’avviamento, da aggiungere poi a tutto il mosto.
I lieviti più utilizzati in questi casi sono il Saccharomyces
ellipsoideus e il Saccharomyces oviformis, quest’ultimo particolarmente
indicato nella produzione di spumanti.
I batteri hanno dimensioni ridotte rispetto
a quelle dei lieviti. La loro presenza danneggia il prodotto poiché
sono responsabili di quasi tutte le malattie dei vini; l’eccezione
positiva è rappresentata da alcuni batteri lattici, che realizzano
la fermentazione malolattica, importante nella produzione di vini rossi.
L’azione batterica è meno dannosa quando il mosto presenta
una discreta acidità.
Le muffe sono microrganismi che si sviluppano
in condizioni di elevata umidità danneggiando le uve e quindi
anche i prodotti da esse ottenuti. Anche in questo caso si può
considerare un’eccezione positiva rappresentata dalla Botrytis
cinerea o muffa grigia, chiamata muffa nobile perché in zone
e condizioni particolari di clima e di coltivazione arricchisce le uve
di componenti tali da determinare la formazione di sapori e profumi
pregiati, che caratterizzano e nobilitano vini quali i sauternes francesi,
il tokaj ungherese, i trockenberenauslese e pochi altri.
Trattamenti e correzioni del mosto
I trattamenti e le correzioni del mosto vengono fatti per enfatizzare
alcune caratteristiche già presenti nel mosto, o per migliorarne
la composizione. Garantiscono quindi un certo livello qualitativo al
vino che verrà prodotto.
I principali trattamenti consistono
nel sottoporre il mosto a:
– chiarificazioni con sostanze in grado di combinarsi
con componenti che potrebbero causare torbidità;
– filtrazioni o centrifugazioni, per ottenere
una maggiore limpidezza;
– fermentazioni in purezza, utilizzando lieviti
selezionati;
– termocondizionamento, per raffreddare la massa
che sta fermentando, utilizzando fermentatori a doppia parete all’interno
della quale viene fatta circolare una soluzione refrigerante;
– utilizzo di anidride solforosa (SO2), addizionata
in forma gassosa, liquida o salificata, in quantità variabile
in funzione del numero dei microrganismi presenti e dei risultati che
si vogliono raggiungere. L’azione di questa sostanza può
essere riassunta nei seguenti effetti:
– azione antibatterica;
– azione selettiva a carico dei lieviti poiché
blocca piuttosto rapidamente l’attività di quelli apiculati
favorendo, di conseguenza, quella degli ellittici;
– produzione di mosto muto, così chiamato
perché non fermenta, nel caso di utilizzo di quantità
elevate;
– azione antiossidante e antiossidasica poiché
è in grado di limitare i fenomeni di imbrunimento dovuti all’azione
sia dell’ossigeno sia degli enzimi ossidanti;
– azione solubilizzante poiché aumenta
la quantità di pigmenti che dalle bucce passano in soluzione,
nella parte liquida del mosto, durante la vinificazione in rosso;
– azione chiarificante, poiché favorisce
la coagulazione delle sostanze colloidali, che precipitano formando
un deposito feccioso che verrà separato più facilmente
con la svinatura.
L’anidride solforosa svolge molte di queste azioni anche nel vino,
ma se la sua concentrazione risulta elevata si possono avvertire odori
e sapori sgradevoli e la fermentazione malolattica nei vini rossi può
risultare fortemente ostacolata. Nel caso opposto, specialmente nei
vini bianchi, si potrebbero verificare molto facilmente fenomeni di
ossidazione.
Le correzioni più frequenti riguardano il contenuto
zuccherino, l’acidità, il colore, la quantità di
tannino e dell’estratto.
La correzione del grado zuccherino si può realizzare aumentando
la quantità degli zuccheri presenti se, per esempio, l’annata
è stata sfavorevole e quindi la maturazione incompleta. La legge
italiana non permette l’addizione di saccarosio (come accade invece
in altri paesi della CE), a meno che non si tratti della produzione
di vini speciali. È invece consentito ricorrere a tagli con mosti
più ricchi di zucchero, alla concentrazione diretta del mosto
ottenuta con la parziale evaporazione sottovuoto dell’acqua, per
evitare sia la caramellizzazione degli zuccheri sia una serie di trasformazioni
che causerebbero alterazioni dei caratteri organolettici.
Si può ricorrere all’addizione di mosto concentrato, sempre
ottenuto con processi sottovuoto e, nella produzione di vini pregiati,
di mosto concentrato rettificato nel quale l’evaporazione sottovuoto
viene seguita da una rettificazione: in questo modo si ottiene una soluzione
di acqua e zucchero d’uva e si evita che le caratteristiche organolettiche
del prodotto vengano modificate in senso negativo.
Per realizzare una correzione aumentativa del grado zuccherino di un
mosto si può anche addizionare mosto muto o filtrato dolce, ottenuto
centrifugando e filtrando un mosto già parzialmente fermentato,
raggiungendo un contenuto zuccherino del 20-25%.
La correzione diminutiva, molto più rara di quella vista in precedenza,
si realizza solo mediante tagli con mosti meno ricchi di zucchero.
La correzione del grado di acidità può essere fatto per
elevare la quantità di acidi addizionando acido tartarico o,
molto più raramente, acido citrico: quest’ultimo, per legge,
non deve superare i 100 g/hl (nel vino).
La correzione diminutiva è molto meno frequente ma, a volte,
potrebbe essere auspicabile per mosti ottenuti da uve prodotte in annate
fredde e umide. L’acidità tende comunque a diminuire naturalmente
durante la fermentazione alcolica e, ancora di più, nei vini
rossi, durante la fermentazione malolattica e durante l’invecchiamento.
Un buon grado di acidità protegge il mosto dalle malattie batteriche
e determina nel vino buone caratteristiche di freschezza e vivacità.
In ogni caso, se la riduzione del contenuto di acidi risulta necessaria,
si ricorre a tagli con mosti meno acidi, o all’addizione di sali
come il carbonato di calcio o il tartrato di potassio.
Le correzioni del colore, del contenuto di tannino e dell’estratto
vengono realizzate eseguendo pigiature più o meno energiche,
intervenendo sul tempo di contatto delle vinacce con il mosto o ricorrendo
a tagli, per esempio, con mosti molto colorati.
TIPI DI VINIFICAZIONI
Il grande numero di vini in commercio è dovuto
sia all’estrema varietà di vitigni utilizzati, sia alla
diversità tra le tecniche, i sistemi di vinificazione e i periodi
di invecchiamento che si possono applicare in funzione della tipologia
del prodotto desiderato.
Vinificazione in rosso
La vinificazione in rosso è caratterizzata dalla fase di macerazione,
cioè dal contatto più o meno prolungato del mosto liquido
con le vinacce, che permette il passaggio in soluzione delle sostanze
coloranti e di altri componenti dell’estratto contenuti nelle
bucce, che caratterizzeranno il prodotto finale.
La pigiatura viene sempre realizzata in modo soffice per evitare sia
l’estrazione di una percentuale eccessiva di tannini dalle vinacce,
sia la formazione di una quantità elevata di fecce (ed è
facile capire che le maggiori attenzioni verranno riservate alla produzione
di vini pregiati).
La diraspatura è un’operazione meccanica che permette l’eliminazione
dei raspi, particolarmente ricchi di sostanze polifenoliche, che potrebbero
determinare eccessiva astringenza nel prodotto finale.
La fermentazione alcolica, che può durare mediamente 3-20 giorni
a seconda dell’intensità colorante desiderata, può
essere preceduta da operazioni di illimpidimento attraverso filtrazioni/centrifugazioni,
che risultano più frequenti nella produzione di vini bianchi.
Gli antociani passano rapidamente in soluzione durante la prima settimana
di fermentazione; in seguito tendono a fissarsi sulle vinacce e il colore
dipendente da questi pigmenti tenderà a diminuire.
Gli altri pigmenti presenti nelle bucce richiedono un tempo più
lungo per passare in soluzione, ma non subiscono lo stesso fenomeno
di assorbimento da parte delle componenti solide del mosto.
La solubilizzazione dei polifenoli dipende dalla temperatura, che deve
essere mantenuta tra i 25-28 °C, dall’alcol che si forma,
dalla presenza di SO2 e dall’effetto di operazioni meccaniche
come per esempio la follatura e il rimontaggio.
La follatura consiste nella rimozione del mosto in fermentazione con
bracci meccanici che contemporaneamente insufflano aria a bassa pressione;
lo scopo di questa tecnica è di rompere il cappello delle vinacce
realizzando contemporaneamente un parziale abbassamento della temperatura.
Poiché durante la fermentazione le vinacce tendono a stratificarsi
in alto, il rimescolamento risulta utile anche per favorire un maggiore
contatto con la parte liquida, e quindi una migliore estrazione dei
pigmenti.
Un altro sistema per ottenere questi buoni risulti può essere
la fermentazione a cappello sommerso, realizzata in fermentatori con
all’interno diaframmi forati che mantengono le vinacce sotto il
livello del liquido.
Il rimontaggio, utilizzato molto frequentemente anche nella vinificazione
in bianco, consiste nell’estrarre il mosto dalla parte bassa del
fermentatore, spruzzandolo sulla massa in fermentazione per realizzare
sia il raffreddamento sia il rimescolamento del prodotto che sta fermentando.
Nel momento in cui si ritiene che la fermentazione tumultuosa sia terminata,
si procede con la svinatura, che consiste nella separazione del vino
dalle fecce, formate dalle cellule morte dei lieviti, dalle sostanze
colloidali coagulate, dai sali precipitati e dalle vinacce.
La torchiatura delle vinacce umide produce un vino in genere non di
pregio, molto colorato e tannico, e solo la frazione ottenuta dalla
prima torchiatura può a volte essere unita al vino fiore, mentre
i prodotti delle torchiature seguenti vengono mandati in distilleria
o destinati alla produzione di aceto.
Vinificazione in bianco
La vinificazione in bianco è caratterizzata dall’assenza
della macerazione, cioè del contatto mosto-vinacce (tranne alcune
eccezioni rappresentate dalla produzione di vini ricchi di alcol e destinati
all’invecchiamento).
Il vino bianco si deve in genere consumare entro breve tempo per mantenere
le sue doti di freschezza, acidità e profumo: per fare prevalere
queste caratteristiche la vendemmia viene in genere un po’ anticipata
e la raccolta è molto accurata per evitare lo schiacciamento
degli acini e l’eventuale fuoriuscita di succo di fermentazioni
indesiderate. È inoltre necessaria una cernita delle uve, per
evitare di solfitare il mosto in modo eccessivo, e il trasporto deve
essere realizzato in modo da impedire che le uve si schiaccino.
La diraspatura viene a volte realizzata prima di pigiare l’uva
per eliminare la maggior parte dei tannini presenti nei raspi, eliminando
così la causa maggiore della caratteristica astringenza dei vini.
La fase che differenzia nettamente la vinificazione in bianco da quella
in rosso è la sgrondatura, per mezzo della quale si eliminano
le vinacce costituite da bucce e vinaccioli; questo procedimento consente
di ottenere vini bianchi anche utilizzando uve rosse.
Il mosto viene successivamente illimpidito per mezzo della decantazione,
della filtrazione o della centrifugazione; per ottenere migliori caratteristiche
di finezza ed essendo molto delicato si deve limitare il contatto con
l’ossigeno.
La temperatura viene mantenuta intorno ai 18-22 °C, con fermentatori
coibentati, a doppia parete, e la solfitazione ha un’importanza
maggiore rispetto a quella rivestita nella vinificazione in rosso.
Vinificazione in rosato
Le uve più utilizzate per la vinificazione in rosato sono rosse
ma poco colorate, non particolarmente ricche di zuccheri e contengono
in genere pochi tannini. La tipica colorazione di questi vini viene
ottenuta, nella maggior parte dei casi, con una vinificazione in bianco
di uve rosse o, più raramente, mescolando uve rosse e uve bianche,
o realizzando una vinificazione in cui solo una parte delle uve subisce
la macerazione. Il vino avrà un colore più o meno intenso
a seconda della tecnica utilizzata e, in particolare, del tempo di macerazione.
Possiamo distinguere i chiaretti, più simili ai vini rossi, e
i cerasuoli, più simili a quelli bianchi.
I vini rosati non sono adatti all’invecchiamento poiché
verrebbero attenuate le loro caratteristiche di colore, aroma e profumo.
La vinificazione con macerazione carbonica viene realizzata
nella produzione dei vini novelli: armonici, poco acidi, molto limpidi,
delicatamente vinosi e fruttati, dotati di un bel colore, subito maturi
e inadatti all’invecchiamento.
In Italia, per garantire e proteggere la produzione dei vini novelli
di qualità ci sono gli istituti di tutela del vino novello (Veneto,
Piemonte, Lombardia, Trentino e Toscana). Le uve devono essere raccolte
e trasportate con cura, poste quindi in vasche entro le quali viene
immessa anidride carbonica e lasciate per un periodo di 5-20 giorni,
eseguendo un’opportuna solfitazione per evitare ossidazioni. La
temperatura viene mantenuta intorno a 30 °C, in modo che una autofermentazione
all’interno delle cellule degli acini produca numerosi composti
quali glicerina e sostanze aromatiche che, analogamente a quelle coloranti,
migrano in parte dalla buccia verso la polpa. La fermentazione sarà
poi molto breve e durerà solo 2-3 giorni.
I vini novelli non possono essere immessi al consumo diretto se non
a partire dal 6 novembre dell’anno di produzione delle uve, anche
se l’immissione nel circuito commerciale è consentita anche
in data precedente; le spedizioni all’estero sono consentite dal
27 ottobre.
L’imbottigliamento deve avvenire entro il 31 dicembre dello stesso
anno della vendemmia, che deve essere riportato in etichetta.
Vinificazione continua
La vinificazione continua, applicata soprattutto per ottenere vini rossi
in breve tempo, garantisce indubbi vantaggi economici anche se si ottengono
vini discreti ma non molto pregiati. Il grado alcolico risulta leggermente
più elevato, la fermentazione malolattica viene anticipata e
resa più facile, il colore risulta intenso, la percentuale di
metanolo prodotto è inferiore. In questo sistema il fermentatore
viene alimentato dal basso con mosto fresco e, a mano a mano che avviene
la trasformazione in vino, essendo l’alcol più leggero
tenderà a stratificarsi in alto, da dove verrà di conseguenza
estratto.
L’addizione di lieviti selezionati (starter), rende immediato
l’inizio della fermentazione via via che il mosto viene aggiunto.
Vinificazione a caldo
La vinificazione a caldo o termovinificazione. E’ un sistema continuo,
rapido e che consente di utilizzare anche uve ammuffite o immature.
La parte liquida del mosto viene scaldata intorno ai 90 °C e poi
versata su quella solida (vinacce), per raggiungere una temperatura
intorno a 65 °C, oppure, in alternativa, si riscalda tutta la massa
fino a 60-70 °C, per un tempo variabile tra mezz’ora e poche
ore.
Gli scopi principali sono quelli di ottenere un’ottima estrazione
dei pigmenti, l’inattivazione degli enzimi e, in particolare,
delle ossidasi, riducendo di conseguenza la quantità necessaria
di anidride solforosa da utilizzare. Il vino così ottenuto possiede
un buon corredo di antociani, composti esterificati e un minore contenuto
di metanolo, anche se le caratteristiche organolettiche risultano di
qualità non elevata.
LA FERMENTAZIONE
La fermentazione alcolica consiste
nella trasformazione degli zuccheri presenti nel mosto, soprattutto
del glucosio, in alcol etilico, anidride carbonica ed energia che si
libera sotto forma di calore. Questo processo biochimico realizzato
dai lieviti può essere riassunto nella seguente reazione:
L’alcol svolto è quello effettivamente presente nel vino
e la sua quantità viene rappresentata in etichetta, espressa
in volume %, mentre l’alcol potenziale è quello che si
otterrebbe se gli zuccheri residui venissero fermentati. Quest’ultimo
riveste quindi un certo valore nei vini dolci e a volte la sua quantità
viene rappresentata in etichetta espressa in volume %, anche se non
è obbligatorio. L’alcol complessivo è la somma dell’alcol
svolto e di quello potenziale.
La fermentazione è condizionata da diversi fattori:
– la temperatura non deve superare i 37 °C per non bloccare
l’azione dei lieviti;
– la concentrazione troppo elevata del mosto può rendere
difficile l’inizio della fermentazione;
– la quantità di acol etilico prodotto può ridurre
o bloccare l’attività dei lieviti;
– l’acidità eccessiva del mosto può limitare
l’attività dei lieviti, ma se è troppo bassa può
permettere l’azione negativa dei batteri;
– lo sviluppo e l’attività dei lieviti dipendono
dalla presenza di fattori di crescita dati da carbonio sotto forma soprattutto
di zuccheri, mentre la richiesta di azoto viene soddisfatta soprattutto
dai sali di ammonio; risultano indispensabili alcune vitamine quali
la B1, la B2, la B6 e l’acido pantotenico;
– l’areazione iniziale del mosto può essere utile
perché i lieviti necessitano di una certa quantità di
ossigeno per svilupparsi;
– la presenza di sostanze anticrittogamiche e di anidride solforosa
in eccesso può inibire la fermentazione.
I prodotti principali della fermentazione alcolica sono l’alcol
etilico e l’anidride carbonica, ma si formano numerose altre sostanze,
influenzando il gusto e l’aroma del vino.
Tra le più importanti si ricordano: la glicerina, l’acido
lattico, l’acido succinico, l’acido acetico, l’acido
citramalico, l’acetaldeide, l’acetoina, l’acido piruvico,
il 2,3 butilenglicol, diversi esteri e alcoli superiori.
La prima fase della fermentazione viene detta tumultuosa, in quanto
il mosto ribolle a causa dello sviluppo di anidride carbonica e, eseguita
la svinatura per separare il vino fiore dalle fecce, inizia la seconda
fase, definita lenta, realizzata travasando il vino in un recipiente
di affinamento/conservazione nel quale, con il passare del tempo, si
verifica la diminuzione dell’acidità fissa per precipitazione
soprattutto di sali dell’acido tartarico. Nel caso dei vini rossi
la diminuzione dell’acidità è dovuta anche alla
fermentazione malolattica.
La fermentazione malolattica consiste
nella trasformazione di una molecola di acido malico in una di acido
lattico e una di anidride carbonica.
È una fermentazione che avviene anche spontaneamente in corrispondenza
del rialzo termico primaverile, ed è gradita nei vini rossi ma
da evitare in quelli bianchi e in quelli dotati di bassa acidità,
con buone caratteristiche di morbidezza. Viene realizzata da batteri
eterolattici, dei generi Pediococcus e Leuconostoc, che richiedono una
temperatura compresa tra 20-25 °C, un grado alcolico del vino non
molto elevato e un pH intorno a 4.
L’acido lattico è meno aspro e allappante di quello malico,
che presenta inoltre due funzioni acide (KCOOH) al posto dell’unica
presente nell’acido lattico: questa trasformazione comporta quindi
una diminuzione dell’acidità del vino, che diventa più
morbido anche perché questi batteri liberano potassio da altri
acidi salificati e può, di conseguenza, salificare l’acido
tartarico libero, formando bitartrato di potassio, che tende a precipitare
con ulteriore diminuzione dell’acidità.
Un vino rosso che ha subito la fermentazione malolattica tende a essere
più equilibrato e caratterizzato da un colore con tonalità
che volgeranno, sempre più, verso riflessi rubino e mattone.
I TRATTAMENTI
Correzioni
Le correzioni del vino possono anche non essere necessarie se le fasi
di produzione sono state eseguite in modo corretto.
Il titolo alcolometrico può essere aumentato ricorrendo al sistema
fisico della refrigerazione, con temperature comprese tra –10-18
°C, per allontanare parte dell’acqua che mano a mano si solidifica,
mentre il sistema dei tagli è stato quasi del tutto abbandonato.
L’acidità del vino può essere aumentata addizionando
acido tartarico o acido citrico, sebbene quest’ultimo venga usato
più raramente e per vini destinati al consumo in tempi brevi.
Nei vini bianchi, l’acido citrico ha anche lo scopo di proteggerli
da fenomeni di imbrunimento.
Se si manifesta la necessità di diminuire l’acidità
si possono addizionare sali come il carbonato di calcio, il bicarbonato
di potassio e il tartrato neutro di potassio che, combinandosi con gli
acidi in eccesso, li fanno precipitare sul fondo; si possono poi separare
con filtrazioni o altri sistemi meccanici.
Il colore può essere aumentato attraverso tagli con vini più
colorati, mentre nel caso opposto si può ricorrere all’utilizzo
di carboni vegetali, che assorbono i pigmenti e vengono poi separati
per filtrazione.
Solo raramente viene corretto il tannino: se è in difetto, il
vino risulta poco adatto alla conservazione – e in questo caso
si potrebbe addizionare il tannino ottenuto dal legno di quercia o di
castagno – mentre se è in eccesso lo rende troppo astringente
e poco armonico.
Pratiche di cantina
Le pratiche di cantina vengono effettuate prima dell’imbottigliamento
con lo scopo di ottenere un prodotto dotato sia di un ottimo grado di
stabilità sia di buone caratteristiche organolettiche.
I travasi consistono nel passare il vino da un recipiente
a un altro, per separarlo dalle fecce che mano a mano si depositano
sul fondo e che potrebbero determinare difetti nel prodotto finale,
favorendo anche lo sviluppo di microrganismi in grado di determinare
malattie del vino. Per i vini rossi si eseguono dai tre ai quattro travasi
durante il primo anno, sempre meno negli anni successivi, mentre per
i vini bianchi il numero è sempre più basso in quanto
si formano meno fecce. I travasi hanno anche lo scopo di uniformare
le diverse partite di vino.
Le colmature permettono di mantenere le botti sempre
colme di vino, per evitare le ossidazioni e lo sviluppo di microrganismi
aerobi. Il volume del liquido all’interno della botte può
diminuire per evaporazione, soprattutto nelle zone calde, per contrazione
volumetrica a causa del freddo oppure per assorbimento di una certa
quantità di vino da parte delle pareti delle botti. I tappi colmatori
segnalano il livello del vino nella botte, ne permettono la chiusura
ermetica, contengono piccole quantità del vino presente nel recipiente
di maturazione e fanno in modo che passi in esso nel momento in cui
il volume del liquido si riduce.
Se si ritiene probabile il pericolo di ossidazioni si può addizionare
un po’ di anidride solforosa o anche gas inerti come azoto (N2)
o anidride carbonica (CO2), per colmare l’eventuale spazio vuoto
dovuto al calo in volume.
In estate e in zone molto calde, si può verificare un aumento
del volume del vino all’interno della botte. Si può allora
ricorrere all’operazione contraria, chiamata scolmatura, eliminando
una certa quantità di vino.
La stabilizzazione del vino è necessaria per
evitare che nel vino si presentino intorbidimenti, malattie e precipitazioni.
Un primo intervento può essere la chiarificazione o collaggio,
che consiste nell’aggiungere al vino alcune sostanze in grado
di legare i componenti responsabili della torbidità, che poi
vengono separate per mezzo di filtrazioni. Possono rivelarsi utili sostanze
inorganiche come la bentonite o la silice, oppure sostanze organiche
come la caseina, la gelatina, l’albumina o il tannino. La chiarificazione
viene favorita dalle basse temperature.
La centrifugazione è un sistema meccanico utile
per rendere più limpido il vino e la sua azione è efficace
in presenza di impurità grossolane.
La filtrazione è un’altra operazione meccanica
che ha lo scopo di eliminare le particelle che nel vino possono determinare
torbidità: viene definita sgrossante se queste sono grossolane,
brillantante se sono molto piccole e sterilizzante o amicrobizzante
se si eliminano addirittura i microrganismi.
A seconda degli scopi che si desiderano perseguire, la filtrazione viene
realizzata per mezzo di filtri a piastre, a cartoni, a tamburo rotativo
o con cartucce a membrane sterilizzanti.
La refrigerazione è un trattamento fisico applicato
per eliminare in particolare i sali dell’acido tartarico, ma anche
proteine, pigmenti, microrganismi, tannati e fosfati ferrici. Con il
raffreddamento, coadiuvato eventualmente dall’addizione di sostanze
in grado di favorire la precipitazione dei componenti in sospensione,
il vino diventa anche più morbido: effetto di notevole importanza
per i vini giovani.
Le moderne attrezzature in acciaio rendono ormai improbabile la presenza
di metalli quali il ferro, il rame e lo zinco, che un tempo potevano
causare alterazioni: per evitare questi fenomeni negativi un tempo si
ricorreva a un trattamento a base di ferrocianuro di potassio, che doveva
essere eseguito da personale competente e autorizzato.
La pastorizzazione serve a inattivare gli enzimi e
distruggere i microrganismi che potrebbero causare malattie nel vino.
La presenza dell’alcol etilico e di diversi acidi dotati di una
certa attività antibatterica, rende possibile la pastorizzazione
a temperature piuttosto basse, evitando danni rilevanti alle caratteristiche
organolettiche del prodotto; non viene applicata ai vini pregiati in
quanto gli aromi e i profumi ne risulterebbero in ogni caso impoveriti.
Questo trattamento termico può essere realizzato sul prodotto
sfuso in scambiatori a piastre, oppure sul prodotto già imbottigliato
per mezzo di pastorizzatori a pioggia, ed è questo il sistema
più frequentemente utilizzato.
La rifermentazione viene effettuata se si desidera
rendere più vivace il vino o se si devono correggere vini difettosi
o malati, aggiungendo mosto concentrato e lieviti selezionati, mosto
e vinacce fresche, filtrati dolci o mosto muto.
Un tipo particolare di rifermentazione è detto governo alla Toscana
e si realizza in particolare nella zona del Chianti: si pone il 10%
delle uve ad appassire a parte e le stesse vengono poi addizionate al
vino nuovo, dopo opportuna pigiatura, entro il mese di dicembre. A volte
si può procedere addirittura a una seconda addizione in primavera,
realizzando il cosiddetto rigoverno. Si ottiene così un vino
particolarmente colorato, profumato, vivace e caratterizzato da acidità
piuttosto bassa.
IMBOTTIGLIAMENTO
L’imbottigliamento
rappresenta l’ultima fase della produzione tecnica del vino, e
può essere preceduto da un periodo più o meno lungo di
affinamento in recipienti di materiali diversi, a seconda delle variazioni
organolettiche desiderate e delle diverse tipologie di vino.
L’imbottigliamento deve essere realizzato su un prodotto che garantisca
una buona stabilità: i problemi maggiori si hanno per i vini
bianchi, più delicati e più facilmente soggetti a fenomeni
ossidativi. Si possono ridurre questi inconvenienti ricorrendo a imbottigliatrici
isobariche, o che utilizzano gas inerti, non dimenticando che
può anche essere aggiunta una certa quantità di anidride
solforosa.
Per evitare la presenza di microrganismi indesiderati si può
realizzare una filtrazione amicrobizzante e può risultare interessante
anche l’imbottigliamento a caldo, per vini di modesto pregio,
in cui il prodotto trattato a 80 °C, viene raffreddato parzialmente
intorno a 50 °C e poi imbottigliato velocemente.
L’imbottigliamento di un vino fermo avviene in genere
a fine primavera o in autunno, mentre quello di un vino frizzante
si può fare a marzo perché il rialzo termico può
favorire la conclusione della fermentazione in bottiglia, con un gradito
sviluppo di anidride carbonica, che risulterà caratteristica
proprio di questa tipologia di vini.
Per garantire una migliore conservazione del vino, la bottiglia dovrebbe
essere di vetro scuro, verde o di diverse tonalità
che possono andare dall’ambra scuro al quasi nero.
Sono presenti in commercio alcune forme particolari di bottiglie utilizzate
per specifiche tipologie di vini.
I tappi sono normalmente in sughero, ottenuto dalla
corteccia della quercia da sughero, presente soprattutto in Sardegna,
Spagna e Portogallo, oppure, per vini poco pregiati, in plastica, a
vite o a corona. Il tappo può essere ricoperto con capsule di
stagnola, di alluminio o di plastica termoretraibile.
INVECCHIAMENTO
Durante
la maturazione si verifica la precipitazione di alcune sostanze, con
conseguente illimpidimento del vino.
In genere il vino viene deposto in grosse vasche o fusti e i primi travasi
sono effettuati in modo che venga a contatto con l’aria, in quanto rapidi
arieggiamenti possono migliorarne le caratteristiche, mentre i travasi
successivi devono avvenire senza alcun contatto.
I vini bianchi non richiedono, in genere, che intercorra
un lungo intervallo di tempo tra il completamento della produzione e
il consumo (al massimo 2-3 anni), poiché si richiedono doti di freschezza
e aromi fruttati, e anche perché la povertà in polifenoli li rende soggetti
a ossidazioni che si possono rivelare molto negative per tutte le caratteristiche
organolettiche, con il conseguente fenomeno denominato maderizzazione,
che viene al contrario auspicato e indotto in alcuni vini speciali.
Le variazioni del colore del vino sono sicuramente
le più facili da individuare.
Nei vini rossi il colore porpora o rubino con riflessi
violacei, tipico dei vini giovani, vira verso il colore rubino con riflessi
granati e infine aranciati, in seguito a complesse reazioni a carico
dei polifenoli: gli antociani polimerizzano e tendono a precipitare,
e i tannini a poco a poco si ossidano e polimerizzano, assumendo tonalità
sempre più aranciate (se diventano brunastre il vino viene definito
decrepito).
Nei vini bianchi il colore passa dal giallo paglierino,
eventualmente con riflessi verdolini, al giallo dorato, e infine a quello
ambrato, ma non deve mai assumere tonalità bruno scuro. Queste variazioni
sono dovute a ossidazioni a carico delle catechine e dei leucoantociani,
ma anche di altri pigmenti particolari. La flocculazione e la precipitazione
dei composti colloidali e di sali determinano un ulteriore illimpidimento
del vino.
Le variazioni del profumo del vino sono particolarmente
rilevanti nei vini che vengono sottoposti a un lungo periodo di invecchiamento.
L’odore vinoso del vino giovane è dovuto all’insieme degli
aromi primari, e in parte secondari, presenti in proporzioni diverse
a seconda del tipo di vitigno utilizzato, oltre che ai profumi che derivano
dai lieviti responsabili della fermentazione alcolica. Con il passare
del tempo i profumi cambiano, evolvono e mettono in evidenza sentori
di fiori, di erbe, di frutta fresca e matura, tropicale e secca, di
confetture e di spezie, in seguito soprattutto a reazioni di esterificazione
e di acetalizzazione.
Le reazioni di esterificazione, che spesso avvengono
in tempi molto lunghi, sono dovute al legame che si forma tra un alcol
e un acido; vengono coinvolti, oltre all’alcol etilico, molti alcoli
superiori e acidi organici.
Le reazioni di acetalizzazione avvengono nel vino tra
alcoli e aldeidi, in particolare l’acetaldeide.
Nella formazione di sostanze profumate sono coinvolte anche altre reazioni
chimiche, come la sintesi di eteri e lattoni. Dopo invecchiamenti molto
lunghi si può determinare un sentore che ricorda un po’ il petrolio
e il catrame.
In seguito il vino viene posto nelle bottiglie nelle quali, essendo
l’ambiente pressoché privo di ossigeno, prevalgono i fenomeni riduttivi.
Solo alcuni vini speciali, come il porto o il marsala, richiedono una
forte azione ossidativa per raggiungere le loro caratteristiche più
tipiche e apprezzate.
Le variazioni del sapore rendono il vino meno aspro,
disarmonico e aggressivo. Per i vini rossi è fondamentale, a questo
proposito, la fermentazione malolattica, con la quale si verifica un
abbassamento dell’acidità fissa e totale; l’acidità volatile aumenta
leggermente per una serie di trasformazioni indotte dai batteri lattici
a carico dell’acido citrico.
Un mito da sfatare è quello che tutti i vini rossi siano adatti all’invecchiamento:
solo quelli caratterizzati da un elevato grado alcolico e di acidità,
ricchi di corpo e ottenuti da vitigni quali, per esempio, il nebbiolo
o il cabernet, raggiungono livelli molto elevati di qualità dopo lunghe
soste in botte.
Alcuni vini, definiti monovalenti, devono essere bevuti
solo giovani (per esempio il lambrusco) o, al contrario, solo invecchiati
(come il barolo o il brunello di Montalcino), mentre altri, definiti
bivalenti, manifestano ottime qualità in entrambi i
casi, come per esempio il chianti.
La maturazione avviene in genere in recipienti di grossa
capacità, di cemento, vetroresina o acciaio, anche se per alcuni vini
pregiati si consiglia già a questo punto l’uso di botti di rovere,
di limitata capacità e ben abbonite. L’utilizzo dei suddetti materiali
garantisce sicuramente migliori caratteristiche igieniche, evita fenomeni
di ossidazione e cali in volume, ma l’insieme dei profumi risulta meno
intenso e composito.
La seconda fase dell’invecchiamento avviene in botti
di legno che, oltre ad arricchire il bouquet del vino per cessione di
sostanze come le aldeidi cinnamica e vanillica, permette una microareazione
indispensabile per raggiungere ottimi risultati. Questi legni cedono
tannini gallici, detti anche nobili, che nel
tempo conferiscono caratteristiche di minore durezza al sapore del vino.
Terminato l’invecchiamento in botte, si passa alla fase in bottiglia,
nella quale il vino si affina e si arricchisce ulteriormente di aromi.
La bottiglia dovrebbe essere mantenuta in posizione orizzontale
per evitare scambi gassosi con l’esterno, mentre se si alternano periodi
in orizzontale e in verticale, in particolare se il sughero non ha buone
proprietà di elasticità, si verificano variazioni sgradite.
Le bottiglie dovrebbero essere di vetro scuro, per
evitare che la luce induca fenomeni di imbrunimento, e i locali di conservazione
devono essere bui o, per vini molto pregiati, dotati di impianti a raggi
infrarossi.
La cantina deve essere un locale pulito e non polveroso.
Si è tentato di realizzare un invecchiamento rapido,
per limitare i costi rendendo più rapidi i fenomeni che determinano
le variazioni descritte – insufflando ossigeno ed ozono, o abbassando
e innalzando la temperatura dell’ambiente, simulando così veloci cambiamenti
di stagione – ma non si sono ottenuti i risultati sperati.