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Il
vino
ALTERAZIONI
L’alcol etilico, gli acidi e i tannini presenti nel vino lo proteggono
da variazioni negative, ma alcune volte si possono verificare cambiamenti
delle caratteristiche organolettiche tali da comprometterne il consumo.
Questi cambiamenti si possono classificare in alterazioni, difetti e
malattie.
Le alterazioni sono propriamente delle
variazioni del colore e della limpidezza del vino. Vengono denominate
con un termine francese casse (rottura), e hanno cause di
tipo enzimatico o chimico-fisico; il sapore e l’odore del vino ne
risentono in genere solo parzialmente. Per assicurarsi che il vino
non abbia predisposizione ad alterarsi si possono realizzare prove
all’aria con le quali si verifica soprattutto la sua tendenza a ossidarsi.
Se viene confermata questa eventualità, si dovrà intervenire in modo
da proteggere il vino con trattamenti preventivi, come l’addizione
di opportune dosi di anidride solforosa e di acido ascorbico come
antiossidanti, o di acido citrico come complessante di metalli come
il ferro.
La casse ossidasica è più frequente nei vini bianchi
e in quelli ottenuti da uve ammuffite, ed è dovuta all’azione di polifenolossidasi
(laccasi e tirosinasi) che, combinando la propria azione con quella
dell’ossigeno, determinano l’imbrunimento dei vini rossi e un cambiamento
deciso nel colore di quelli bianchi che assumono addirittura una tonalità
rosso bruno (brodo di castagna), con formazioni iridescenti in superficie.
Il vino diventa torbido e presenta, anche nel momento in cui le sostanze
responsabili dell’opacità precipitano e quindi illimpidisce, evidenti
anomalie del colore. Il vino può anche acquisire uno sgradevole sapore
di cotto; l’odore può diventare maderizzato.
La casse fosfatica presenta torbidità dovute a un
precipitato di colore bianco-grigio lattiginoso, per la formazione
di fosfato ferrico. Si verifica soprattutto nei vini bianchi nei quali
si presenti un eccesso di ferro.
La casse ferrica è più frequente nei vini rossi che
in quelli bianchi. È sempre dovuta alla presenza di un eccesso di
ferro che, se si lega ai tannini presenti, può formare tannati ferrici,
che danno torbidità e precipitati di colore bluastro.
La casse rameosa è frequente nei vini bianchi in
presenza di eccesso di ioni rame. Quest’ultimo, reagendo con lo zolfo
o con altri composti solforati nell’ambiente ridotto della bottiglia,
forma un precipitato rosso-giallastro.
La casse proteica presenta torbidità e precipitati
biancastri a causa di composti che si vengono a formare tra le proteine
e i tannini.
I difetti consistono soprattutto nella
formazione di odori e sapori sgradevoli che normalmente derivano da
componenti esterne.
Odori e sapori derivati da composti solforati possono
essere dovuti ad anidride solforosa in eccesso, che dà al vino odore
pungente e sapore vagamente amaro, o allo stesso zolfo, proveniente
da trattamenti antiparassitari delle uve, che dà un sapore molto sgradevole.
L’acido solfidrico dà un odore caratteristico di uova marce e i mercaptani,
formati per reazione tra l’acido solfidrico stesso e gli alcoli presenti
nel vino, danno un odore agliaceo particolarmente
sgradevole, analogo a quello dei disolfuri, che danno anche un sapore
amarognolo.
Odore e sapore di tappo possono essere dovuti all’utilizzo
di tappi di sughero attaccati dall’Armillaria mellea, un
fungo parassita della pianta, ma si pensa che le cause possano anche
essere altre. Si può a volte manifestare un falso odore di
tappo, per lo sviluppo di altre muffe nel sughero umido.
L’odore e il sapore di tappo rappresentano un difetto difficile da
prevenire, poiché il sughero sembra spesso sano ma, una volta cedute
le proprie caratteristiche negative al vino, la situazione è irrimediabile.
Odore e sapore di secco e di fusto a volte possono
essere confusi con quelli di tappo e sono dovuti all’utilizzo di botti
mal conservate.
Odore e sapore di muffa, di fradicio e di marcio sono
per lo più causati dallo sviluppo di microrganismi della famiglia
degli attinomiceti, presenti nelle botti vecchie e mal conservate;
il vino può assumere in questi casi anche un sapore amarognolo.
Odore e sapore di metallo si potrebbero manifestare
in seguito alla presenza, peraltro assai rara, di ferro, zinco o rame
in eccesso; il rame può anche determinare sapore amarognolo.
Odore e sapore di feccia si possono riscontrare nel
caso in cui non si sia provveduto a opportuni travasi e quindi il
vino, rimasto troppo a lungo a contatto con le fecce, assume sgradevoli
sapori di marcio.
Odore e sapore di svanito si manifestano in seguito
a travasi con eccessivo arieggiamento. Viene anche chiamato malattia
della bottiglia e il vino, privo ormai dei suoi profumi, risulta
piatto, molle e un po’ amarognolo a causa della presenza di acetaldeide.
Odore e sapore di maderizzato si verificano soprattutto
nei vini bianchi che abbiano subito un’ossidazione accentuata, con
relativo imbrunimento e formazione del tipico odore di ossidato,
dovuto in particolare a composti aldeidici tra i quali soprattutto
l’acetaldeide.
Le malattie sono causate soprattutto
da batteri, ma anche da alcuni lieviti. Considerate le attuali tecniche
di produzione si tratta però di eventi ormai rarissimi.
La fioretta è causata dai lieviti Pichia, Candida
e Hansenula e si manifesta in particolare in vini a bassa gradazione
alcolica o provenienti da uve immature. Questa malattia è favorita
se il recipiente in cui è contenuto il vino viene mantenuto scolmo.
Questi lieviti formano un velo biancastro in superficie, soprattutto
nei vini rossi, che si disgrega in tanti piccoli pezzetti simili a
fiorellini, e nella massa del vino, che risulta piatto
e con un certo odore di svanito; con il passare del
tempo si può venire a creare qualche torbidità. I
lieviti attaccano l’alcol etilico e alcuni acidi trasformando queste
sostanze in acqua e anidride carbonica. A questo punto il vino risulta
indebolito e può subire l’attacco di batteri acetici, in
grado a loro volta di danneggiare notevolmente il prodotto.
La prevenzione si basa sull’igiene dei locali e sull’uso di sostanze
a base di zolfo, come dischetti paraffinati contenenti isosolfocianato
di allile, che blocca lo sviluppo dei lieviti senza modificare la
qualità del vino.
Lo spunto e l’acescenza sono causati dall’azione
di batteri aerobi, i batteri acetici, soprattutto quelli del genere
Acetobacter. I vini che più facilmente subiscono questa azione
batterica sono quelli già indeboliti dalla fioretta, di bassa gradazione
alcolica e lasciati a lungo a contatto con l’aria. Lo spunto
rappresenta la fase iniziale della malattia, che si trasforma in vera
e propria acescenza, alla quale non si può più porre alcun rimedio
quando la quantità di acido acetico aumenta notevolmente. I batteri
acetici ossidano l’alcol etilico ad aldeide acetica e quindi ad acido
acetico, determinando un notevole incremento dell’acidità volatile.
Reazioni di esterificazione tra l’alcol etilico e l’acido acetico
formano l’acetato di etile, dal tipico odore pungente dell’aceto.
Il colore rimane pressoché inalterato ma l’aspetto risulta
velato, il sapore duro e aspro e l’odore pungente.
Per evitare tutto questo si devono tenere le botti colme e addizionare
un po’ di anidride solforosa durante i travasi.
Lo spunto lattico, anche chiamato agrodolce o
fermentazione mannitica, è dovuto allo sviluppo di batteri lattici
in vini con un discreto residuo zuccherino: il fruttosio viene trasformato
in mannite, acido acetico e acido lattico, oltre che in molti altri
componenti come glicerina, acido piruvico, anidride carbonica, acido
butirrico e propionico. Questa malattia viene chiamata anche agrodolce
per la combinazione tra il sapore dolce della mannite e quello aspro
dell’acido acetico. Il colore del vino rimane inalterato, con alcuni
riflessi sericei e torbidità grossolane, mentre l’odore
ricorda quello della frutta troppo matura.
Il filante, detto anche grassume, non è
altro che una deviazione della fermentazione malolattica poiché alcuni
batteri lattici, sempre in presenza di zucheri residui, si riuniscono
e formano sostanze vischiose e mucillaginose. Quando
il vino viene versato, presenta un aspetto e una fluidità simile a
quello dell’olio. Il colore e l’odore rimangono inalterati, mentre
il gusto risulta piuttosto fiacco e con un sentore di rancido.
Questa serie di trasformazioni avvengono più frequentemente nei vini
bianchi e rosati, con acidità e gradazione alcolica basse, conservati
in bottiglia; se quest’ultima viene sottoposta ad agitazione, le sostanze
gelatinose si rompono e il filante scompare.
Il girato chiamato anche fermentazione tartarica,
è una malattia causata da alcuni generi di batteri lattici che attaccano
l’acido tartarico, in parte la glicerina e il bitartrato di potassio,
trasformandoli in acido lattico e acido acetico, con liberazione di
anidride carbonica. I vini più soggetti a questa alterazione batterica
sono queli poveri di acidità fissa, sia bianchi sia rossi. Il loro
colore appare spento, l’aspetto torbido con rilfessi
sericei superficiali; nei vini bianchi, si può manifestare qualche
imbrunimento. L’anidride carbonica che si viene a formare
determina un po’ di effervescenza, l’odore diventa un po’ pungente
e il gusto, inizialmente svanito e piatto per la diminuzione del valore
dell’acidità fissa, diventa addirittura ripugnante.
Un vino ridotto in queste condizioni non è risanabile, ma bisogna
curare l’igiene dei locali per cercare di prevenire questa malattia,
ricordando che elevati valori di pH, bassa gradazione alcolica e utilizzo
di uve attaccate alla Botrytis cinerea tendono a favorirla.
L’amarore colpisce di preferenza i vini rossi vecchi,
con acidità fissa e gradazione alcolica abbastanza basse. I batteri
lattici agiscono sulla glicerina che, liberando due molecole di acqua,
si trasforma in acroleina; quest’ultima, combinandosi con molecole
di polifenoli produce sostanze amare, mentre al contempo si formano
acido acetico, lattico, formico e succinico. Il vino assume
tonalità sbiadite, poi giallastre o aranciate, odore
putrido e pungente, gusto amaro e disgustoso.
VINI SPECIALI
I vini speciali rappresentano un gruppo piuttosto ampio e diversificato
di prodotti spesso caratterizzati da elevato grado alcolico (a parte
gli spumanti) e zuccherino; il colore può essere bianco, rosato o
rosso e il contenuto aromatico estremamente vario. I vini speciali
sono le mistelle, i vini liquorosi, i vini aromatizzati e gli spumanti.
La mistella, denominata anche sifone,
è il prodotto ottenuto da un mosto avente gradazione alcolica totale
naturale non inferiore a 12°, reso infermentescibile addizionando
alcol etilico o acquavite, in modo da portarlo a un titolo alcolometrico
svolto non inferiore ai 16° e non superiore ai 22°. Le mistelle vengono
per lo più impiegate nella produzione di vini liquorosi.
I vini liquorosi sono prodotti da
un vino base avente titolo alcolometrico complessivo naturale non
inferiore a 12° (anche se esistono alcune eccezioni). Il vino base
può essere poi concentrato a freddo, addizionato di mistella, mosto
cotto o concentrato, alcol etilico o acquavite di vino, per aumentarne
la gradazione alcolica complessiva, non oltre il doppio di quella
complessiva del vino base utilizzato come materia prima.
Il titolo alcolometrico svolto finale deve essere
compreso tra 16° e 22° (per i vini secchi o dry deve essere almeno
18°).
La concentrazione zuccherina non deve essere inferiore
a 50 g/l, ma nei vini secchi o dry non deve essere superiore a 40
g/l.
Il marsala è il più famoso vino liquoroso italiano.
La Legge del 1984 precisa in modo dettagliato la produzione e la
classificazione dei diversi tipi di marsala, ma le tecniche utilizzate
rispecchiano in buona parte quelle antiche. Le uve vengono vendemmiate
separando quelle troppo mature o di qualità scadente, e si procede
a una vinificazione in bianco; le botti nelle quali viene posto
il prodotto hanno una capacità di 3-4 hl e vengono lasciate scolme.
Il vino non si altera perché viene addizionato di mosto cotto e
a volte invecchiato in proporzione del 2,5-4%, il che permette di
ottenere il marsala grezzo, e di alcol etilico in una percentuale
compresa tra 3 e 5%, sotto il controllo della Guardia di finanza.
Si raggiunge così un titolo alcolometrico di 18°-21°;
può essere ulteriormente aggiunta una certa quantità di mistella
(5-7%), per dare maggior carattere al prodotto. Il grado
di dolcezza del marsala è molto influenzato dalla quantità
di mosto cotto aggiunto.
Il
metodo di invecchiamento è fondamentale e segue
una procedura chiamata Soleras, che consiste nel procedere
a diversi travasi parziali in botti poste scalarmente, contenenti
vini di diverse annate, in modo da ottenere miscele ricche di aromi
e profumi pregiati. I contenitori di invecchiamento sono recipienti
in legno, preferibilmente di rovere o di ciliegio. I recipienti
per la vendita devono avere capacità non superiore ai 60 l e devono
essere confezionati da produttori della zona di produzione definita
dalla legge.
Le addizioni elencate in precedenza fanno rientrare il Marsala tra
i cosiddetti vini conciati. La denominazione marsala
o vino marsala o vino di Marsala si riferisce a vini liquorosi
prodotti nella provincia di Trapani, con l’esclusione dei territori
dei Comuni di Pantelleria, Favignana e Alcamo, ottenuti da vitigni
Grillo e/o Catarratto e/o Catarratto bianco comune e/o Catarratto
bianco lucido e/o Pignatello e/o Calabrese e/o Nerello mascalese
e/o Damaschino e/o Inzolia e/o Nero d’Avola, con l’aggiunta di alcol
etilico di origine vitivinicola o acquavite, ed eventualmente di
mosto cotto o concentrato e sifone, partendo comunque dai vitigni
suddetti (tabella 29.17).
I marsala si distinguono, per il colore, in oro, ambra e
rubino. In base al grado zuccherino si definiscono le seguenti
tipologie:
– secco, con zuccheri riduttori inferiori a 40
g/l;
– semisecco, con zuccheri riduttori compresi tra
40 e 100 g/l;
– dolce, con zuccheri riduttori superiori a 100
g/l;
Le indicazioni relative al colore e al contenuto zucherino possono
essere riportate in etichetta.
Di ciascun tipo di marsala vengono specificati la gradazione alcolica,
l’estratto secco, l’acidità fissa espressa in acido tartarico (g/l),
l’acidità volatile espressa in acido acetico (g/l), i vitigni che
possono essere utilizzati e in quali casi si possono addizionare
i vari componenti la concia.
I vini passiti e da dessert
Alcuni
vini sono ottenuti da uve parassite per appassimento naturale
o forzato-artificiale. Nel primo caso le uve vengono lasciate
sovramaturare direttamente sulla vite, in modo che la loro
polpa si arricchisca di zuccheri. Questo procedimento si utilizza,
per esempio, per l’aleatico di Gradoli.
Un vino da dessert molto pregiato ottenuto da uve che vengono sottoposte
a sovramaturazione sulla vite o che, dopo la raccolta, vengono fatte
leggermente appassire, è il picolit, prodotto in
Friuli con uve che subiscono la cosiddetta acinellatura o aborto
floreale, fenomeno per cui solo 5 o 6 acini su 30 danno frutto
su 4 grappoli per vite.
Il picolit è un pregiato vino da dessert, ottenuto senza addizione
di zucchero o di alcol etilico, che dopo essere stato sottoposto
a invecchiamento presenta un colore giallo paglierino piuttosto
carico, un profumo delicato, un sapore a volte secco e a volte amabile,
o addirittura dolce, con una gradevole armonia.
L’appassimento delle uve si può anche realizzare raccogliendole
un po’ in anticipo, ponendo i grappoli al sole, in modo che l’acqua
evapori in grande quantità, e ottenendo così un’elevata concentrazione
zuccherina (30-40%). Questo sistema si applica alla produzione del
greco di bianco.
Altri vini vengono prodotti con la tecnica dell’appassimento su
graticci. Sono: il recioto, il passito delle Lipari, il
caluso, i vin santi toscani, il vino santo trentino, la malvasia
delle Lipari. La produzione viene posticipata, a volte,
addirittura alla settimana santa, dalla quale alcuni vini
prendono il nome. È una vinificazione in bianco, realizzata a basse
temperature per non danneggiare i componenti aromatici, e quindi
piuttosto lenta. La resa in vino è bassa se si considera che partendo
da 100 kg di uve fresche si ottengono solamente 25-30 kg (l) di
vino.
Questi vini sono in genere considerati maturi nel giro di 3-5 anni.
Alcuni vini passiti possono essere addizionati di alcol etilico
o mosto concentrato, o possono essi stessi essere concentrati a
freddo rientrando così nella categoria dei vini passiti liquorosi,
come il caluso passito liquoroso.
Vini particolarmente pregiati, come i sauternes
francesi, il tokaji aszú ungherese e i trockenbeerenauslese
si ottengono dalle uve botritizzate, attaccate cioè dalla
Botrytis cinerea, in grado di indurre, all’interno dell’acino,
sia l’evaporazione di parte dell’acqua e quindi una elevata concentrazione
di sostanze estrattive, sia un corredo aromatico particolarmente
ricco e pregiato. In questi casi la vendemmia viene molto curata:
si raccolgono i grappoli, anzi addirittura gli acini, a mano a mano
che raggiungono il livello di maturazione ottimale.
Il porto, il madeira e lo sherry o jerez
o xeres
Il porto è un vino liquoroso conciato, prodotto nella valle dell’Alto
Douro in Portogallo, la cui fermentazione viene bloccata, a seconda
del grado di dolcezza desiderato, con l’aggiunta di acquavite. Il
prodotto viene poi trasferito a Vila Nova de Gaja, una località
vicina a Oporto, dove subirà un invecchiamento in botte che potrà
durare alcuni decenni e fornirà prodotti di gran pregio.
Le uve vendemmiate in annate particolari, e quindi di qualità eccezionale,
possono essere utilizzate per produrre un vintage, cioè
un porto millesimato, altrimenti si ricorrerà a
tagli con vini di annate diverse, ottenendo un blended.
Si possono avere diversi tipi di porto: il secco e l’extrasecco,
per lo più bianchi, oppure il ruby, piuttosto dolce
e di colore rosso rubino vivace, in genere non invecchiato a lungo,
e il tawny, dal sapore semisecco e di colore rosso
piuttosto cupo e aranciato.
I vini porto poco invecchiati sono soprattutto
utilizzati in cucina per piatti a base di prosciutto,
carni e paté; i porto più vecchi e ricchi di aromi possono essere
serviti per accompagnare formaggi piccanti. Il
porto, spesso abbinato a diversi tipoi di dessert, può anche essere
considerato un vino da meditazione.
Il madeira prende il nome dall’isola
al largo delle coste portoghesi. Esiste, anche in questo caso, il
vintage o il blended, a seconda del pregio delle uve delle annate
considerate. Quello dal sapore più secco viene servito fresco come
aperitivo; quello dolce, più frequentemente come vino da conversazione
a fine pasto. Si può usare per dare carattere ad alcune salse, anche
se in Italia viene a volte sostituito con il marsala secco.
Lo jerez o xeres o sherry viene prodotto nei pressi
di Cadice, in Spagna, da uve fatte un po’ appassire.
La vinificazione è caratterizzata dall’intervento di lieviti del
genere Saccharomyces oviformis, chiamati filmogeni poiché
producono una specie di velo sulla superficie del vino, il velo
de flor, che col tempo precipita sul fondo. Si vengono inoltre a
formare aromi particolari, diminuisce l’acidità volatile, viene
consumata parte della glicerina e si hanno intensi fenomeni ossidativi.
Come per il marsala, si applica il metodo di invecchiamento
Soleras.
Gli jerez secchi vengono soprattutto serviti freddi, come aperitivi,
o per accompagnare antipasti a base di salumi affumicati o frutti
di mare.
Quelli dal sapore abboccato e dolce sono serviti in accompagnamento
a dolci o frutta secca.
Vini aromatizzati
I vini aromatizzati sono ottenuti da un vino bianco base neutro,
che deve avere una gradazione alcolica non inferiore ai 10°, al
quale, dopo decolorazione e stabilizzazione, vengono addizionati:
– alcol etilico buongusto o acquavite per aumentarne il grado alcolico;
– zucchero per dare maggior corpo, rinforzare gli aromi e attenuare
i sapori amari di alcune erbe;
– estratti o infusioni di erbe e spezie per caratterizzare profumi
e sapori, come china, cannella, rosmarino, macis, timo, origano,
achillea, coriandolo, rabarbaro, salvia, corteccia di arancio amaro,
veronica e assenzio.
L’estrazione degli aromi da aggiungere al vino base non deve essere
troppo spinta perché questo determinerebbe la solubilizzazione di
sostanze sgradevoli; la scelta della proporzione delle erbe e delle
spezie utilizzate deve essere ben equilibrata.
Eseguita la miscelazione si passa ai processi di stabilizzazione,
al fine di rendere il vino limpido e brillante, per mezzo di chiarificazioni
e filtrazioni, colonne con resine a scambio ionico, refrigerazione.
Dopo un periodo di 6-12 mesi si procede all’imbottigliamento.
La produzione avviene sotto il controllo della Guardia di finanza
ed è regolata dal DL n. 3 dell’11.1.1956.
Il vermut bianco deve avere almeno il 75% di vino
base, un titolo alcolometrico minimo di 16° e un contenuto zuccherino
minimo del 14%.
Il vermut secco o dry deve contenere almeno il
70% di vino base, un titolo alcolometrico minimo di 18° e un contenuto
zuccherino massimo del 4%.
Per ottenere il vermut rosso si addiziona un po’
di caramello; per ottenere il vermut rosato si
addiziona un po’ di vino rosso.
Il vermut può essere consumato come aperitivo ma viene utilizzato
anche nella composizione di cocktail come il brooklin, il manhattan,
il negroni e il martini dry. Anni fa i vermut dolci venivano
usati per accompagnare la piccola pasticceria secca.
DOC e DOCG
Per potersi fregiare delle indicazioni DOC e DOCG i vini devono
superare esami chimico-fisici e organolettici che per i DOCG si
ripetono nella fase di imbottigliamento.
I vini che in Italia possono fregiarsi della
classificazione DOCG sono:
• barolo (Piemonte);
• barbaresco (Piemonte);
• brachetto d’Acqui o Acqui (Piemonte);
• gattinara (Piemonte);
• ghemme (Piemonte)
• asti, asti o asti spumante e moscato d’Asti (Piemonte);
• valtellina sfursat (Lombardia)
• valtellina superiore – sassella, inferno, vagella, grumello -
(Lombardia)
• franciacorta spumante bianco e rosato (Lombardia);
• bardolino superiore (Veneto)
• soave superiore (Veneto)
• ramandolo (Friuli-Venezia-Giulia);
• albana di Romagna (Emilia-Romagna);
• chianti (Toscana);
• chianti classico (Toscana);
• brunello di Montalcino (Toscana);
• carmignano (Toscana);
• vino nobile di Montepulciano (Toscana);
• vernaccia di San Gimignano (Toscana);
• torgiano rosso riserva (Umbria);
• montefalco sagrantino o sagrantino di Montefalco (Umbria);
• montepulciano d’Abruzzo colline Teramane (Abruzzo)
• taurasi (Campania)
• vermentino di Gallura (Sardegna)
I vini classificati DOC
sono numerosissimi (oltre 300) e vengono riportati in un elenco.
Il disciplinare di produzione dei vini IGT deve
stabilire:
– l’indicazione geografica e gli eventuali nomi di vitigni o menzioni
aggiuntive;
– la delimitazione della zona di produzione;
– l’elenco dei vitigni che concorrono alla produzione;
– le tipologie enologiche, compreso il colore;
– la resa massima di uve per ettaro;
– il titolo alcolometrico minimo delle uve;
– la gradazione alcolometrica minima del vino;
– la resa uva-vino;
– le pratiche correttive utilizzate.
La legge 164 in molti casi, per la sua attuazione, rinvia ad altre
norme che dovranno essere date con decreti ministeriali ma, per
non lasciare pericolosi vuoti nei quali si potrebbero inserire
pratiche di sofisticazione, mantiene in vigore tutte le normative
sostanziali del precedente DPR 930/23 fino a che ogni aspetto
non verrà perfezionato nella sua regolamentazione.
La Legge n. 164/92 elenca anche alcune menzioni che spesso classificano
un vino.
• Riserva: termine attribuito a vini non spumanti
che siano stati sottoposti all’invecchiamento più lungo previsto
dal disciplinare; in etichetta deve essere indicata l’annata di
produzione.
• Classico: termine riservato a vini non spumanti
prodotti nella zona di origine più antica, ai quali può essere
ulteriormente attribuita una regolamentazione autonoma nell’ambito
della stessa DOC o DOCG.
• Novello: termine riservato ai vini che rispettano
le caratteristiche stabilite dalla legislazione italiana e comunitaria.
La menzione può essere riservata solo a vini VQPRD e IGT.
Il termine Superiore indica, per
un certo tipo di vino, la caratteristica di una gradazione alcolica
maggiore rispetto al prodotto di base.
La legislazione italiana e comunitaria impone regole precise relative
alla presentazione del prodotto, e cioè a tutto
quello che deve comparire sull’etichetta vera e propria, sulla
controetichetta, sul tappo, su eventuali fascette e sulla capsula.
Quanto più si risale la piramide della qualità del vino, tanto
più numerose e precise devono essere le notizie riportate in etichetta.
È possibile aggiungere indicazioni facoltative a quelle obbligatorie.
La Direttiva del consiglio n. 106/75, valida anche per i vini,
esige che gli imballaggi delle confezioni di prodotti liquidi
siano contrassegnati dalla lettera “e”, che rappresenta l’iniziale
della comunità e certifica la conformità dell’imballaggio preconfezionato
alle relative disposizioni.
ASPETTI LEGISLATIVI
Il vino è il prodotto ottenuto esclusivamente dalla fermentazione
alcolica totale o parziale di uve fresche pigiate o non, o di
mosti di uva (Regolamento CE n. 822/87). La Legge n. 116
del 3.2.63, in seguito alla quale fu emanato il DPR n. 930 del
12.7.63, ha rappresentato un grande passo in avanti nella regolamentazione
in campo vitivinicolo in quanto mirava a una classificazione sistematica
dei vini e li suddivideva in:
– vini da tavola, comprendenti a loro volta i
vini da tavola con indicazione geografica e i vini da tavola con
indicazione del vitigno e geografica;
– vini di qualità prodotti in regione determinata (VQPRD),
comprendenti a loro volta i vini a Denominazione di origine controllata
(DOC) e i vini a Denominazione di origine controllata e garantita
(DOCG).
Nonostante le ottime intenzioni, tese a valorizzare
la qualità dei prodotti, questa suddivisione ha portato più
che altro al livellamento verso il basso, tanto che alcuni produttori
di vini di qualità elevata hanno preferito mantenere i propri
prodotti nella generica classificazione di vino da tavola,
identificandoli a volte con nomi di fantasia, piuttosto che
avere riconosciuta la DOC che li avrebbe confusi con
prodotti di pregio inferiore. Si è venuta così a creare l’esigenza,
anche in Italia, di una classificazione precisa, che garantisse
ai prodotti di maggiore qualità di emergere realmente, ed è
nata la Legge n. 164/92, preceduta da due importanti Regolamenti
CE: il n. 822/87 e il n. 823/87. Il primo regolamenta la produzione
vitivinicola e il commercio del vino in tutta Europa, mentre
il secondo presenta e disciplina la produzione dei vini VQPRD.
Se nella classificazione precedente alla Legge n. 164/92 i vini
DOC erano tutti alla pari purché la loro produzione osservasse
determinate condizioni e le loro caratteristiche fossero conformi
ai requisiti minimi stabiliti nei disciplinari, con la nuova
legge la selezione viene realizzata verso l’alto individuando
anche il singolo vigneto, in modo che qualunque produttore possa
identificare il proprio prodotto di qualità in modo inconfondibile.
Nella nuova legge i vini da tavola restano, mentre quelli con
indicazione geografica o con indicazione geografica e di vitigno
prendono la denominazione di vini con indicazione geografica
tipica (IGT).
I vini da tavola comprendono
la maggior parte dei vini commercializzati e si suddividono
in vini da tavola bianchi e rossi. Sono tutti
quei prodotti che non rientrano né tra gli IGT né, tantomeno,
tra i DOC e DOCG, e a volte possono riportare, accanto alla
normale definizione, un nome di fantasia.
I vini di qualità prodotti in regione
determinata assumono una classificazione più selettiva:
non si distinguono più solo i DOC e i DOCG ma, approfondendo
la catalogazione, questi vini possono distinguersi in base alla
sottozona, che deve avere specifiche caratteristiche
ambientali o tradizionalmente note, designate con specifico
nome geografico o storico-geografico, anche con rilevanza amministrativa,
purché espressamente previste e più rigidamente disciplinate
nel disciplinare di produzione e purché vengano associate alla
relativa denominazione di origine.
Per questa maggiore selettività del prodotto si potrà ricorrere
al nome di comune, frazione, fattoria, podere, vigna,
ma mai a nomi di fantasia.
Salendo con le indicazioni, diminuisce il numero dei produttori
e la quantità del prodotto e, al contrario, aumenta la qualità.
Con questa nuova classificazione è possibile costruire una piramide
formata da diversi scalini al vertice dei quali troviamo il
prodotto di qualità superiore.
Nella IGT è indicato il nome della zona di produzione, che deve
essere molto ampia, ed è possibile aggiungere quello del vitigno;
la menzione IGT può essere sostituita da quella di Vin de
pays, per i vini prodotti in Valle d’Aosta, e Landwein
per quelli prodotti in Alto Adige.
Nella stessa zona possono coesistere più DOC e DOCG, alle quali
si aggiungono le seguenti sigle.
– VLQPRD: vini liquorosi di qualità prodotti in regioni determinate.
– VSQPRD: vini spumanti di qualità prodotti in regioni determinate.
– VFQPRD: vini frizzanti di qualità prodotti in regioni determinate.
I vini speciali sono tuttora
classificati in base al DPR n. 162 del 12.2.65.
Nell’IGT è consentita la coesistenza di vini diversi; è anche
permesso che nello stesso territorio coesistano vini diversi
a denominazione controllata, a condizione che l’avente diritto
operi la scelta vendemmiale consentita, fatta la quale può essere
permesso il passaggio da un livello di classificazione a uno
meno elevato (e non il contrario), in seguito al taglio realizzato
con mosti o vini corrispondenti alla qualità inferiore.
La DOCG può essere attribuita a vini di particolare pregio già
riconosciuti DOC da almeno 5 anni.
La DOC e la IGT sono riservate alle produzioni che corrispondono
ai requisiti dettati dai disciplinari.
La legge vieta l’uso delle uve da tavola per vinificare.
Il riconoscimento delle DOC, delle DOCG e delle IGT viene
revocato:
– quando la denominazione non viene attivata entro 3 anni dall’entrata
in vigore del disciplinare;
– quando per 5 anni consecutivi i vinificatori iscritti all’albo
delle denominazioni non hanno prodotto le uve, o nella zona
vi è stata utilizzazione delle denominazioni inferiore al 35%
delle superfici per le DOCG e al 15% delle superfici per le
DOC;
– quando per 3 anni consecutivi non sono stati rispettati i
disciplinari per più della metà del vigneti iscritti agli albi.
I disciplinari di produzione dei vini DOC e
DOCG devono stabilire:
– la denominazione di origine;
– la delimitazione del territorio di produzione delle uve;
– la resa massima di uva (e di vino) per ettaro; oltre il 20%
in eccesso consentito tutta la produzione decade e può rientrare,
se ne sussistono le condizioni, nella classificazione inferiore;
– il titolo alcolometrico minimo naturale potenziale delle uve
alla vendemmia, distinto per vitigno, sottozone, comune, frazione;
in uno stesso territorio il titolo deve salire progressivamente
a mano a mano che si sale nella classificazione;
– le caratteristiche chimico-fisiche e organolettiche del vino
e il titolo alcolometrico minimo al consumo;
– le condizioni di produzione con riguardo alle caratteristiche
dell’ambiente come il terreno, il clima, l’altitudine, la giacitura,
l’esposizione, oltre alla composizione ampelografica dei vigneti
nell’ambito dei vitigni raccomandati e autorizzati, alla densità
degli impianti, alle forme di allevamento, ai sistemi di potatura,
ai divieti di pratiche di forzatura;
– le modalità dell’esame chimico e organolettico;
– l’eventuale imbottigliamento in zone delimitate.
LA DEGUSTAZIONE
La degustazione di un vino non può prescindere da due precedenti
valutazioni: l’esame visivo e l’esame olfattivo. Queste infatti
forniranno importanti indicazioni sul profilo del vino, prima
che si proceda all’assaggio. Il colore del vino, la brillantezza,
la formazione degli archi nel bicchiere sottoposto a rotazione,
le percezioni olfattive sono elementi che soprattutto nel vino
orientano il consumatore sulla qualità del prodotto. Parlando
di vino di qualità, ci troviamo di fronte a un prodotto che
deve esprimere fedelmente le caratteristiche intrinseche della
materia prima di partenza: l’uva. Mentre nei distillati il colore,
ammesso per legge, può essere ritoccato con aggiunta di caramello
o nelle bibite è consentita l’aggiunta di coloranti per tonificarne
l’aspetto, per il vino esistono normative più severe che limitano
gli interventi durante la lavorazione.
Esame visivo
Versando il vino in un bicchiere da degustazione si potrà osservare
se vi è presenza di anidride carbonica quindi stabilire se si
tratta di un vino fermo o frizzante . Sollevando
il bicchiere e ponendolo contro una sorgente luminosa potremo
stabilirne la limpidezza, inclinandolo ne valuteremo
l’intensità di colore, e mantenendo il bicchiere
inclinato, nello strato più sottile si potranno cogliere le
sfumature.
Facendo roteare il bicchiere e riportandolo in posizione ferma
si osserveranno le lacrime del vino e gli archi:
questi ci daranno la valutazione della densità,
se gli archi sono ampi denotano una maggiore presenza di glicerina.
Esame olfattivo
Avvicinando il bicchiere di vino al naso, si inizia a conoscere
maggiormente la personalità del prodotto; il primo contatto
olfattivo deve essere breve, con il bicchiere fermo, deve
darci una prima impressione del vino che stiamo valutando,
poi allontanando il bicchiere espiriamo dal naso il profumo.
Ripetiamo la stessa operazione inspirando più intensamente
e cerchiamo di riconoscere nel data-base della nostra memoria
olfattiva i primi profumi che il vino sprigiona.
Facciamo quindi roteare il bicchiere, creando un vortice all’interno
del liquido e inspiriamo i profumi che emana, avremo un ventaglio
più ampio di aromi da individuare. Infine deglutiamo un piccolo
sorso ed espiriamo dal naso facendo passare i profumi dal
cavo retro-nasale.
A questo punto possiamo avere un quadro completo di quanto
il vino può esprimere.
I profumi del vino sono di tre tipi:
A)profumi che derivano dal vitigno, soprattutto
ceduti da uve molto aromatiche
B)profumi che si sono sviluppati durante la fermentazione
alcolica e malolattica
C)profumi che si sviluppano durante la maturazione
e l’invecchiamento
Le categorie dei profumi, indicate dalle associazioni di categoria,
vengono suddivise così:
1)aromatico ( dove si percepiscono distintamente
gli aromi del vitigno Moscato, Malvasia. Gewurtztraminer)
2)vinoso ( caratteristico dei vini giovani
che devono ancora maturare)
3)floreale ( fiori freschi bianchi, fiori
rossi, fiori appassiti, fiori secchi)
4)fruttato ( frutta fresca, matura, marmellata
di frutta, frutta cotta)
5)franco ( profumo pulito, netto, dominante)
6)fragrante ( freschezza floreale o fruttata,
aroma di crosta di pane
7)erbaceo ( tipico profumo di erba tagliata,
peperone verde, foglia di pomodoro)
8)speziato (noce moscata, chiodi di garofano,
liquirizia, pepe, cannella)
9)etereo ( ceduto da composti quali eteri,
esteri, acetali, si riscontra in vini invecchiati)
10)ampio ( questo temine viene attribuito
all’insieme dei tre livelli di profumi, che formano un bouquet
complesso).
Esame gustativo
Finalmente arriviamo all’assaggio del vino. Introduciamo un
piccolo sorso di vino in bocca, lo facciamo passare su tutta
la lingua e analizziamo attentamente le sensazioni provate.
Attraverso le papille gustative della lingua siamo in grado
di riconoscere i quattro sapori fondamentali: dolce
(sulla punta della lingua), acido (sulla prima parte laterale
sia destra che sinistra), salato ( sulle parti laterali più
interne) e amaro in fondo alla lingua. Sulla parte centrale
della lingua sono raggruppate, invece, papille che riconoscono
altre sensazioni: la temperatura, l’alcolicità, l’astringenza
( dei tannini presenti), il pungente dovuto alla presenza
di anidride carbonica e la fluidità.
Deglutiamo il vino ed espiriamo andando alla scoperta di altre
componenti aromatiche.
Per ognuna di queste valutazioni avremo una scala di intensità
e una scala di persistenza. Maggiore attenzione dedicheremo
alla degustazione e più il vino ci farà conoscere le sue origini,
la sua lavorazione e il suo invecchiamento. Dopo qualche degustazione
prenderemo padronanza dei termini utilizzati dai professionisti
del settore: struttura, persistenza, armonicità, equilibrio,
retrogusto.
La degustazione di un vino dovrà avvenire in un ambiente tranquillo,
ben illuminato da lampade ad incandescenza, evitando le lampade
al neon. Il piano d’appoggio possibilmente bianco per una
miglior osservazione del colore dei vini. Se vengono degustati
più vini, iniziare con vini giovani e proseguire con quelli
più strutturati. Di regola si crea una scala crescente di
intensità dei campioni da degustare: vini bianchi, rosati,
rossi giovani, rossi più complessi, vini dolci e passiti.
Tra un vino e l’altro è consigliabile pulire la bocca con
pane o cracker non salati.
La degustazione è una valutazione talmente soggettiva che
ognuno deve codificarla in base alla propria sensibilità (
una persona che vive o ha vissuto in campagna riuscirà a cogliere
meglio i profumi fruttati o erbacei rispetto a chi è nato
e vissuto in città tra lo smog).
Ognuna delle valutazioni sopra descritte ha una scala di valori
e sarà utile eseguire le prime degustazioni a fianco di un
esperto di settore. Le associazioni di categoria dei sommelier
nei loro corsi forniscono queste indicazioni e dispongono
di un kit di aromi che servono da guida per costruire un archivio
dati nella memoria di ciascun neofita.
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